The Wounds (part I) – Post Hoc

Esordio all’insegna di un do-it-yourself puro ed integerrimo quello di Post Hoc (alias Giuseppe Bortone), che butta anche con un vago occhio all’arte del concept, realizzando The Wounds (in uscita per Diavoletto Netlabel) e già prevedendo un suo seguito tematico.
Giuseppe Bortone ha già dalla sua l’esperienza con i Pig Sitter (progetto dream-pop condiviso con Claudia, che vi consiglio di ascoltare!); quindi non esattamente un  novizio nella stesura di un art-rock con ricche infatuazioni lisergiche, colpi improvvisi di Mustang (per citare un singolo dedicato a Cobain) e qualche goccia distaccata di “tristessa“. Il tema portante di The Wounds è anche chiaramente illustrato in una cover-art azzeccata (by Pasa): ferite profonde che lasciano per strada sempre qualche parte personale di sé stessi.
The Wounds - Post HocUn ep viscerale che indaga sulla natura umana con grande sensibilità, ma anche con un certo cinico senso pratico (vedasi la disillusione di «She call it FREEDOM but it’s LONELINESS and tries to hide her tears, she will never confess» contenuta in The Coward).
Il cantato in inglese consente una buona padronanza di immagini conferendo così una freschezza istintiva che si dilata in una struttura armonica molto leggera ed essenziale. Nonostante la spiccata vena DIY, Post Hoc è abile nel combinare arrangiamenti rotondi, senza troppi filtri e distrazioni, arrivando così immediatamente all’ascoltatore. In It’s too Late una base digitale s’assottiglia progressivamente, lasciando poco a poco il dominio ad un basso ipnotico ed a una chitarra lontana e vibrante, mentre la vocalità assume pose beatlesiane (magnifico quel «Waiting here  …» messo lì ad introdurre ogni nuovo verso) ricche di buone endorfine e di qualche briciolo di disillusione. Un finale più spregiudicato e schiavo di un timido feedback modulato, mostra promesse psichedeliche (una sorta di personale firma) replicate a sprazzi lungo il prosieguo disco.
La digressione nostalgica di Star è forse il momento più incantevole del disco, ove un rock sognante incontra buoni arpeggi ed una penombra placida e dedita alla malinconia che culmina in un platonico «We don’t need a star». She’s so Heavy prosegue nel chiaroscuro delle emozioni, inseguendo un ricordi e sensazioni che mirano alla solitudine ed a un certo abbattimento personale; tuttavia una stroboscopica scelta di sonorità sixties limita il languore di un brano che rimane sostanzialmente piuttosto introspettivo. Pretty Noise invece chiude l’ep con una spinta molto più sperimentale ed ovattata, calcando la mano sugli effetti e sul homemade digitale, senza sminuirne una certa tensione sempre attiva lungo il disco.

The Wounds è un lavoro con un piede nell’avanguardia indipendente ed un altro nella variopinta galassia vintage e psichedelica, con Post Hoc arbitro attento a bilanciare forze e volumi. Senza troppi ghirigori digitali a riempire gli spazzi vuoti, il disco mantiene un minimalismo fresco ed emozionante, che sicuramente sarà spogliato e rivestito di un’altra anima nel capitolo successivo … la part II incombe e noi siamo piuttosto curiosi!

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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The Wounds (part I) – Post Hoc ultima modifica: 2017-01-19T12:30:35+00:00 da admin
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