International Pop Underground Convention: l’indie perfetto

«Hipster, nuovi rocker mod, gente ai bordi delle strade, ragazze sognanti sugli scooter, punk, teddyboys, istigatori dell’esplosione Love Rock, editori di ogni possibile grrrlzine, cospiratori della ribellione giovanile, bibliotecarie del Midwest, maestri di sci scozzesi che vivono di notte…»
dal manifesto della International Pop Underground Convention, Olympia 20-25 agosto 1991

International Pop Underground ConventionNel 1990 Calvin Johnson e Candice Pedersen, menti della label indipendente di Olympia K Records, tramite la loro rete di connessioni e contatti, avevano stabilmente creato una piccola comunità musicale riscrivendo in parte il concetto di indipendent. La visione do-it-yourself portata all’esasperazione, un approccio dilettantistico verso lo strumento (qualunque esso fosse stato!), il culto della produzione lo-fi, ed in generale una mentalità cordiale ed aperta a nuove esperienze, aveva bisogno di lasciare un segno visibile a tutto quel seguito. Dal primigenio hardcore losangeliano fino alle più sotterranee scene locali, la musica indipendente aveva vissuto, attraverso miriadi di band e stili diversi, un decennio tra piccoli concerti mal pagati, tour al limite della sopravvivenza e vendite di dischi irrisorie; eppure la cultura indie veniva tramandata con religiosa ammirazione e rispetto, poiché radio, fanzine e piccole label avevano oramai creato un network stabile e parallelo all’inarrivabile mainstream .
In pochi ce l’avevano fatta, poche band riuscirono a firmare per delle major e a resistere artisticamente al peso di tale responsabilità/maledizione; ma forse questo non era nemmeno tanto importante e per molti non era neanche una meta da raggiungere, almeno alla vigilia degli anni ’90, almeno in quella scena locale nel nord-ovest d’America.

Una festicciola organizzata nel luglio del 1990 poco fuori Olympia con amici e frequentanti gli ambienti della K Records, rappresentava solo l’anticamera di quello che successivamente balenò nella mente di Calvin Johnson e Candice Pedersen; perché non estendere il tutto ad un piccolo festival in più giorni con le migliori band indipendenti americane e non, che incarnasse quello spirito condiviso: nacque così l’idea della International Pop Underground Convention.
Tramite un via vai di telefonate e corrispondenze, Johnson e la Pedersen organizzarono quello che sarebbe stato il primo ed ultimo grande evento indipendente; come ricorda Bruce Pavitt co-fondatore della Sub Pop Records: «C’era un ambiente incredibilmente genuino, non pretenzioso, in cui le persone si rispettavano reciprocamente creando legami in modo molto diverso che in altre occasioni simili».
Tutte le band partecipanti all’evento erano su etichette indipendenti (tranne le L-7 di Suzi Gardner), anche se poche di queste appartenevano al rooster della K Records (la comunità musicale non era necessariamente legata ad una label, ma piuttosto ad un ideale comune); la partecipazione dei Pastels dalla Scozia e di altre band inglesi e canadesi, rappresentava l’internazionalità dell’evento, mai circoscritto agli soli Stati Uniti. Se i Fugazi di Ian MacKaye (con da poco pubblicato il capolavoro Reapeter) rappresentavano con L-7, Lois Maffeo e Beat Happening la crema indie di lunga data, le altre 50 band circa non potevano che essere lo zoccolo duro e recente del movimento.
Come ricorda Brendan Canty dei Fugazi: «Stiamo parlando di un festival che in qualche modo inconscio fu il coronamento degli anni ’80 e della scena indipendente di quel decennio»; non c’era la sensazione che questo evento potesse evolversi in un esplosione musicale nuova che avrebbe incalzato gli anni ’90, era solo una festicciola ed un ritrovo di persone che condividevano la stessa idea di vita, la stessa idea musicale, lo stesso rigurgito verso un decennio reaganiano dai contorni sempre più grotteschi.

International Pop Underground Convention 02Il raduno delle femministe del movimento riot grrrl, probabilmente rappresenta uno dei momenti più importanti dell’intera convention: prima un meeting con discussioni e confronti, poi i concerti, con brevi esibizioni di 7 Years Bitch e Bratmobile, per quello che qualche anno dopo sarebbe definitivamente esploso come il grunge in gonnella. Tra le tante band, si ricordano le Sleater-Kinney che esordirono proprio sul palco dell’International Pop Underground, suonando molto presto per farsi poi riaccompagnare a casa dai rispettivi genitori. Come testimoniano i presenti, il carattere della convention era davvero gioioso e senza fronzoli: si ricordano i dolcetti e le torte fatte in casa distribuite nei pochi stand, l’assenza di merchandise major (solo magliette e dischi delle band indipendenti) e un Ian MacKaye felicissimo che staccava biglietti al Capitol Theater.
I Beat Happening avevano portato all’esasperazione il concetto indie, esaltando un’estetica deviata ed anti-modaiola; lo stare sul palco con quelle pose kitsch, quel dondolamento autistico, il tirarsi su appena la maglietta e grattarsi il pancino veniva copiato e riproposto da molte giovani band che si approcciavano alla musica minimale di Calvin Johnson. Come annotò il giornalista indipendente Robert Zieger: «Mentre guardavamo l’ennesima band minimalista che mischiava riff semplicisti, una batteria stolida, innocenza infantile posticcia, e storie finite a metà di dolcetti da leccarsi i baffi e di quanto sei nervosa quando sei vicina a un bel ragazzo, pensai “I Beat Happening hanno un bel po’ di colpa in tutto questo, non è vero?».

Solo qualche settimana più tardi, un disco di musica alternativa suonato da una band di Aberdeen (vicino Olympia) che aveva appena firmato su major, sconvolse per sempre il mercato musicale mondiale, e di fatto realizzando l’utopico sogno indie di scalare le classifiche. Nevermind pose anche la pietra tombale alla scena del nord-ovest, che in pochi mesi fu messa sotto assedio dalle major che razziarono per gli anni a venire qualunque band potesse anche lontanamente avere l’aspetto dei Nirvana. Tuttavia l’International Pop Underground fu un grandissimo evento collettivo, se si pensa che i mezzi ed i  fondi per realizzarlo erano ridicoli; la passione e la dedizione per la musica e per valori vicini ad essa come il rispetto reciproco e l’amicizia, furono il traino necessario per realizzare un avvenimento per molti versi storico, e che chiuse in bellezza quel sogno indie nato diec’anni prima con l’hardcore ed il sacrificio di centinaia di band sparse per gli Stati Uniti.

Per saperne di più su International Pop Underground e sulla K Records

 

La Firma: Poisonheart
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International Pop Underground Convention: l’indie perfetto ultima modifica: 2016-03-31T12:00:47+00:00 da admin
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