Etichetta: RCA Records
Prodotto da: David Bowie, Tony Visconti
Registrato a: Hansa Studio by the Wall, Berlino
L’accoppiata Bowie-Visconti produce uno dei capitoli più discussi della carriera del Duca Bianco, ossia Heroes, il secondo capitolo della ‘Trilogia Berlinese’. Nell’avventura tedesca s’intrufola pure Brian Eno, che scrive abbastanza (sia a livello di liriche che compositivo) per entrare nei crediti del disco. Caratterizzato da tinte musicali forti e da una palese influenza verso l’elettronica tedesca e in particolare verso gli sperimentatori per eccellenza: i Kraftwerk e i meno noti Neu!. Non solo. Heroes riporta in qualche modo un malessere appena accennato, lontano dal rumore punk che stava esplodendo, un Bowie lungimirante guarda oltre ed è già immerso negli anni ’80, con tutte le ambiguità che ne conseguono. Quella decadenza presa come ispirazione dai ‘Racconti Berlinesi’ di Isherwood, tocca l’apice, tuttavia non esplode immediatamente. Il disco è complesso da ascoltare, ma per chi ammira Bowie questa non è una novità, prende delle strade del tutto nuove, esplora in profondità, a volte in maniera del tutto incomprensibile, ma alla fine convince.
The Beauty and The Beast è un intricato labirinto elettronico in cui le influenze dei maestri tedeschi sono evidenti, tuttavia l’accento bowieiano rimane. La chitarra di Robert Fripp e il sinterizzatore di Eno sfumano il carattere funky del brano, imprimendo un ritmo meccanico, quasi industriale.
Heroes, probabilmente una delle più famose di Bowie, prende spunto dai Neu! e dalla loro ‘Hero’. L’atmosfera berlinese c’è tutta e la voce del Duca è decadente come non mai. « Though nothing will / Drive them away / We can beat them / Just for one day» non smorza di certo la tensione del brano, che si concede a qualche briciola warholeiana con «We can be Heroes
Just for one day»; una sorta di rivisitazione dei ’15 minuti di popolarità’. Questa canzone rimane certamente nell’albo delle più conosciute di Bowie, grazie anche alla sua onnipresenza nel film Christiane F. (Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino).
Joe The Lion suona molto rock, senza contaminazioni; è invece la voce di Bowie a farsi elettriconica. Le atmosfere grigie (attenzione, non deprimenti!) ritornano con Sons of the Silent Age che ricorda vagamente i fasti di Ziggy Stardust. Ritornano i fiati finora latitanti o solo comprimari.
Cinica e dissoluta è Blackout, in cui il piano fonde la sua melodia con il synth. Piacevole all’ascolto e schizofrenica al punto giusto: «The weather’s grim, ice on the cages / Me, I’m Robin Hood / and I puff on my cigarette».
Nel lato B fanno capolino una serie di esperimenti prettamente elettronici senza testo. La più significativa è il tributo a Florian Schneider (fondatore dei Kraftwerk) ossia V-2 Schneider con un giro di basso ammiccante ed inconfondibile. Atmosfere da thriller della repubblica di Weimar in Sense of Doubt, la sensazione è di esser approdati in una cripta oscura con solo flebili lampi di luce. Poi spazio alla fantasia e all’eclettismo di Eno, Moss Garden in cui fa capolino il banjo, e Neuköln una cupa danza dal sapore orientale con un pizzico di chillout.
The Secret life of Arabia chiude il disco in maniera passionale e calda grazie anche ai cori di sottofondo di Antonia Maass.
Ultramega celebrato, Heroes è tuttavia un disco intricato (in bilico tra un tributo all’elettronica tedesca e un approccio ‘veggente’ di quello che sarà negli anni ‘80) con sicuramente ottimi spunti e un hit che è entrata nella storia della musica.
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This entry was posted on domenica, luglio 26th, 2009 at 4:48 PM and is filed under 1977. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.
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che dire….
“we can be heroes, just for ona day”