Transformer – Lou Reed

Transformer - Lou Reed

Etichetta: RCA Records
Prodotto da: Mick Ronson, David Bowie
Registrato a: Trident Studios, Londra

 

Nessun artista è mai riuscito a catturare la vera essenza oscura e dannata di New York come Lou Reed, e nessun album di Lou Reed pare vivo e tenebroso come Transformer.
Questo disco nasce quando Lou Reed, visto il disastro (sia come produzione che come vendita) del suo primo album solista dopo lo scioglimento dei Velvet Underground, sembrava sull’orlo del fallimento. A venirgli incontro c’è un grande fan britannico dei velvet underground: David Bowie, il quale non vuole permettere ad uno dei suoi “maestri” di finire nel baratro dell’oblìo e decide di farsi carico della produzione del nuovo album dell’artista (gesto che rifarà in seguito con un altro artista…ma non anticipo nulla!).

Lou Reed si trasferisce così a Londra dove inizia a scrivere e a incidere quelle che saranno le sue canzoni più longeve e famose.
L’album si apre con “Vicious“, brano incentrato su un verso (“Vicious, you hit me with a flower) scritto da Andy Warhol e “donato” dall’artista al cantante e accompagnato da un riff scarno e altamente nevrotico di Mick Ronson; anche la canzone seguente, “Andy’s Chest ” ha a che fare con l’artista newyorkese, infatti si tratta di un dolce e poetico tributo di un uomo, un artista a colui che lo ha ispirato e gli ha permesso (soprattutto finanziariamente) di esprimere le proprie  idee e la propria arte.
Perfect Day ” è una ballata molto emozionante che parla di una “giornata perfetta” appunto, vissuta da Reed insieme ad un’altra persona; la cosa che più colpisce del brano è come vi sia la consapevolezza che il perfect day sia appunto finito, e che in futuro sarà pressoché impossibile ripeterlo creando un’atmosfera triste e malinconica che appare grazie soprattutto alla base orchestrale, al pianoforte e al canto lento e sentito di reed.
Hangin’ around ” è una presa in giro di alcune persone conosciute a Londra, le quali, si ritengono trasgressive ma che in realtà sono solo patetiche; mentre è la doppia linea ritmica formata da contrabbasso-basso a far da padrone in “Take a walk on the wild side“: descrizione dei vari personaggi che popolavano la Factory di Warhol, con le loro perversioni, debolezze e vizi, da corniciare i cori finali delle Thunder Thigs e l’assolo di sax di Ronnie Ross.

Voltato il disco scopriamo “Make up“  un brano dalla melodia semplice e sincopata, dominata dalla tuba di Herbie Flowers, in cui Lou Reed dichiara la propria simpatia verso i travestiti.  “Satellite of love” parla in modo altamente ironico della forte gelosia che pervade il protagonista della canzone ne confronti del proprio partner (da ricordare i cori finali di Bowie).
Wagon wheel“  evidenzia un disagio da parte di Reed verso il rapporto di coppia, mentre “New York telephone conversation” (che richiama il cabaret) è un’immaginaria conversazione telefonica tra Warhol e un misterioso interlocutore, in cui spettegolano del mondo più cool di New York, anche qui collabora Bowie facendo da seconda voce. “I’m so free” è un pezzo rockeggiante che (a differenza di molti altri) esprime un momento spensierato dell’autore in giro per la sua città. A chiudere l’album c’è “Goodnight ladies” che parla di solitudine e abbandono.

Un album pieno di sorprese e di stili differenti (richiami folk, dal rock, al cabaret, al jazz) tutti volti a dipingere la grande mela e i personaggi che la popolano, e le emozioni che la città provoca in Lou Reed, il cantante newyorkese per antonomasia. Un album da possedere se siete amanti delle canzoni profonde e “sincere” e se siete attratti dal “wild side” della vita.

 

recensito da It Was
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