1964-1985: Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età – CCCP Fedeli alla Linea

Etichetta: Attack Punk Records
Prodotto da: CCCP Fedeli alla Linea

 

Forse è proprio una questione di qualità …
Sotto la sigla di bolscevica memoria, si nasconde in realtà il geniale duo Giovanni Lindo Ferretti + Massimo Zamboni, che abbandonata Lotta Continua, decidono di percorrere vie ed ideali  meno obbligati, approdando nel decadente-nascente punk italico, trovando buona linfa ed ottime provocazioni per esprimere un disagio generazionale apolitico e disinteressato a ciò che accadeva nella stanza dei bottoni.

Affinità-Divergenze fra il compagno Togliatti e noi nel conseguimento della maggiore età, mostra con sagace irriverenza lo status dei giovani militanti di sinistra (ma non solo!) verso un ideologia certo affascinante nella teoria quanto mediocre nella pratica italiana. Ed il tutto si gioca in sonorità che devono molto ai Clash più propositivi, ed in generale ad una seconda ondata punkeggiante meno irruenta nelle mode, ma più concreta nei contenuti.
I CCCP sono “fedeli alla loro linea”, scrupolosi ed critici osservatori, attenti ai mutamenti sociali, in opposizione contro chi maneggia le redini del Belpaese: ecco quindi che nella loro musica (e specialmente nei testi) si accende la luce per vedere oltre il buio, scoperchiando i meri concetti cattolico-borghesi che nel panorama nazionale andavano per la maggiore. Ne viene fuori un disco lucido, forse di parte, spietato nel ritrarre una condizione giovanile spezzata tra sesso-amore, nichilismo-attivismo, noia-sovversione, in un condimento coreografico che nei live mimava ad un integrazione totale fra tutte le culture.

Mi ami? è tra le chiavi di lettura geniali, atte a ridicolizzare il concetto sentimentale di una borghesia nostalgica e possessiva, ricordando in fondo con sottile ironia, che punks e hippies hanno sempre avuto qualcosa in comune. L’alienazione si taglia a fette in due brani crudi e disillusi come Trafitto e Noia; e se nel primo il no-future italiano si materializza in una democrazia con il culo attaccato alla poltrona: «splende il sole fa il bel tempo nell’era democratica … trafitto sono, trapassato dal futuro», la tensione del secondo brano cristallizza la pelle in pungenti confessioni condite di un cinismo selvaggio ma autentico «Noia normale noia mortale».
A volte il minimalismo musicale dei CCCP lascia stupefatti, capace nell’immediatezza delle dinamiche sonore di colorare ulteriormente con tinte dense i deliri buddhisti di Ferretti. Eppure la versatilità della band sta nell’atteggiamento verso la musica come mezzo di comunicazione amico per smuovere le coscenze sopite,  piuttosto che nella tecnica compositiva o nella ricercatezza: come un ritmo tribale da metropoli segregata (un indizio su Berlino, ove la band si formò) nel quale la parola dei CCCP fuoriesce chiara e messianica. Ricche di spunti, sottili ironie, pillole di filosofia moderna, la band scomoda Majakovskij (prim’ancora di Capovilla&Co.) e Mishima, in un affresco nel quale la “voglia di conoscere” diventa l’unico viatico per uscire dalle maglie della segregazione democristiana, come un bisogno impellente, non di meno della fame o della sete.

Io sto bene è uno dei brani più conosciuti del repertorio, e mostra con tinte seppur leggere la condizione pressurizzata ed incerta dei giovani contemporanei,  come se avere 20anni del 1984 (l’anno orwelliano!) non fosse così eccitante come aver avuto 20anni nel 1968 o nel 1977. Eppure le critiche non piovono solo sulla sponda bacchettona e borghese, ma pure sul fronte rosso di quell’Emilia Paranoica raccontata nel brano-capolavoro che chiude il disco. Un Emilia ferma alle ferventi giornate partigiani, immobile tra Parma e Carpi, a pane e mortadella a suon di liscio, «Emilia di notti dissolversi stupide sparire una ad una impotenti in un posto nuovo dell’A.R.C.I.». Una metafora sulla sinistra senza idee divisa tra progresso e tradizione, una sinistra che lascia confusi, paranoici appunto, come mille idealisti in cerca di un unico ideale: «aspetto un’emozione, sempre più indefinibile».

Disco fondamentale e propedeutico per capire come il sentimento degli anni ’80 sia in realtà un tantino diverso dagli amarcord che le televisioni trasmettono con sittanta parsimonia. La migliore espressione musicale giovanile densa di contenuti e di sentenze spietatamente vere … da studiare!!!

 

recensito da Poisonheart

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