Non c’è Punx senza investimento libidinale: l’esperienza del Virus di via Correggio 18

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Premetto che quando il Virus di via Correggio 18, fu sgomberato e demolito, il sottoscritto non aveva ancora imparato a camminare, e forse per tale ragione non dovrei nemmeno lanciarmi in racconti e vicissitudini di quel periodo. Tuttavia la tentazione di provarci è forte, non lesinando critiche nate dal “senno di poi…”.
Innanzitutto, una domanda: che cosa ci ha lasciato in eredità l’esperienza punk italiana? Al posteriore l’ardua sentenza …
Il concetto di punk (o meglio dire “punx”) che vorrei far passare, sfora dal circoscritto mondo musicale, peraltro abbastanza approssimativo e si concentra maggiormente sull’aspetto sociale della questione. E’ un flusso di coscienza, quindi potrei abiurare in qualsiasi momento.
Per chi ha meno di 30anni, il punk italico può solo leggerlo nei libri o ascoltarlo nei rarissimi dischi. Durante le mie ricerche, il meglio che ho trovato dell’epopea milanese si riassume nell’arcinoto “Costretti a Sanguinare” di Philopat (da cui ho preso ispirazione per il post, anche se non so dove finisca l’esperienza vera e dove inizi il romanzo!), nel documentario “Punx: creatività e rabbia” nel quale si descrivono gli ultimi momenti del Virus con testimonianze interessanti di Gomma e Atomo (tra i fondatori della punkzine Fame) ed infine le scorribande sonore del Great Complotto di Pordenone, un reperto audio che dimostra che non c’era solo Milano. 

Queste tre fonti permettono, in parte, a chi non l’ha vissuto, di farsi una vaga idea di cos’era l’Italia e Milano nei primi anni ’80, delle tremende trasformazioni sociali che stavano subendo, con buona pace degli slogan “da bere”. Le zone periferiche della metropoli lombarda ritraggono scenari al limite di un’ apocalisse alienata: giovani in cerca di spazi, in cerca di risposte, in cerca di un identità, che nessuno (dalla politica, alla cultura) poteva assecondare. La smobilitazione delle fabbriche, il passaggio irruento alla terziarizzazione (Milano2, era già avviata!), il completo assenteismo delle istituzioni, che lasciavano così morire di sete il tessuto sociale giovanile: queste  le cause di un ondata punk che arrivava in Italia tardissimo e col fiatone. Quando i primi giovani iniziano a girare in giubbotti di pelle borchiati per le vie milanesi del centro, i Pistols si sono già sciolti e Vicious riposa in pace; eppure la prima goliardata mediatica punk si manifesta in piazza Duomo l’8 marzo ’80, quando le Kandeggina Gang lanciano tampax tinti di rosso verso il pubblico. Un “impuro” episodio isolato di una band peraltro che con i punx ed il Virus non c’entra assolutamente nulla; ma tanto per far capire che aria tirava.

Un alienazione adolescenziale che si faceva rovente, e se per i più fortunati (ed economicamente solventi) il via-vai a Londra diventava un motivo in più per andare alle origini di un movimento giovanile globalizzato, per gli altri il degrado e l’eroina non permettevano troppa immaginazione. Si parla di un Italia che vede qualsiasi moda con sospetto e con la solita buona dose di bigottismo (si ricordi che per la gente comune punk è sinonimo di fascista, e questo fa perlomeno sorridere!). La disperazione giovanile non fu un fatto veniale o ormonale, i bisogni della youth milanese (portavoce dei bisogni di tutti i giovani italiani) erano reali e spasmodicamente impellenti; ecco che la scoperta di via Correggio 18 (un gruppo di ex-alloggi operai abbandonati, di proprietà della fam. Mantovani) diventa un oasi vitale, un rifugio orwelliano contro il Big Brother.

Le influenze di band estremamente politicizzate provenienti prima da oltremanica (su tutti i Crass), poi dall’hardcore di San Francisco (Black Flag, Minor Threat, Dead Kennedys), provoca una profonda spaccatura nel marasma giovanile milanese. Le band in questione, specie i Minor Threat si lanciano in forti campagne contro l’eroina e le droghe, promuovendo uno stile “d’uguaglianza sociale” per certi versi non dissimile alle teorie hippie (i Crass ad esempio sono una comune indiscriminata di persone); ecco che tra le giovani leve milanesi c’è chi si butta disperatamente nell’eroina e chi invece si tuffa nell’esperienza del Virus, facendo della ragione sociale una questione seria. Tuttavia se il Virus produsse un intensa opera di cultura underground ispirata dall’etica do-it-yourself (punkzine del calibro di T.V.O.R o Amen, oltre che ad una prolifica attività concertistica) le modalità con cui veniva organizzato il centro, erano ancora permeati da una dialettica politico-sociale nel quale la lotta di classe e l’odio verso il “potere” erano fortissimi (d’altro canto convivevano negli stessi spazi punk, anarchici, autonomi, giovani comunisti e simpatizzanti, mentre gli acidi proliferavano per la gioia di tutti).

Un bel giorno, in una maniera che definirei “farlocca”, il comune milanese incaricò un gruppo di sociologi di studiare le istanze giovanili che oramai facevano capolino anche nei giornali nazionali, definiti dagli stessi accademici come “bande spettacolari giovanili”. Il risultato fu uno studio che prendeva ispirazione più dalla stampa che dall’esperienza diretta di via Correggio 18, così di getto la rabbia dei giovani milanesi sfociò in un iniziativa geniale: uno sparuto gruppo si presentò davanti ai sociologi tagliuzzandosi il petto con delle lamette allo slogan di : «Questo è il mio sangue. Analizzatelo e scoprirete i miei bisogni veri …».
Tra rivendicazioni, volantinaggio sovversivo, risse con le forze dell’ordine ed occupazioni (da quella del Teatro Miele, alla manifestazione di Comiso contro la base USA), i punx fanno sentire la propria voce oltre via Correggio; tanto bravi nella guerriglia quanto ingenui a non difendere il loro quartier generale, cosicché il 18 maggio 1984 con il solito “blitz” le forze dell’ordine, il Virus viene sgomberato con la forza, facendo così evaporare la più prolifica ed interessante esperienza giovanile italiana.
D’altro canto la domanda che ho posto all’inizio aleggiava già nelle coscienze dei presenti: «il 1984 è la fine solo dei nostri sogni da ragazzini. La tragedia del potere ha cambiato aspetto, il suo progetto è una farsa persuasiva. Il grande fratello non esiste, siamo i grandi fratelli di noi stessi, il nemico è dentro … ».

La Firma Poisonheart

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