La storia del Blues: gli anni ’50 e i suoi protagonisti (parte III)

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Se negli anni ’30 il blues aveva fatto conoscere le proprie storie all’americano bianco medio, la generazione successiva andò oltre, colonizzando l’Europa ed in particolare tutte quelle band inglesi che qualche anno più tardi saranno le protagoniste della British Invasion. Non a caso questa sorta di revival coincide con l’American Folk Blues Festival, spettacolo itinerante che approdò nel vecchio continente grazie ad una geniale trovata di Willie Dixon, figura centrale del blues ’50, che fece apprezzare al pubblico europeo i mostri sacri del blues moderno: Muddy Waters, Howlin’ Wolf, John Lee Hooker, Memphis Slim e via dicendo.
É risaputo che dietro ad una grande scena spesso c’è sempre una piccola etichetta discografica, ed in questo caso la fortuna del blues coincide con la nascita dalla Chess Records da parte di due fratelli polacchi di stanza a Chicago. La Chess poteva vantare sull’esperienza ed il fiuto di Dixon che ben presto arruolò nella scuderia il meglio che Chicago e non solo poteva offrire. Il primo grande successo per l’etichetta fu Rolling Stone di un promettente Muddy Waters, che circondato dalla sua fedele band rappresenta il nome in assoluto più osannato e rispettato del circolo blues. Nato nel 1915 in un piccolo paese rurale del Mississippi, ben presto si trasferisce dapprima a Clarksdale e poi finalmente a Chicago, quando realizza che il blues tradizionale ha bisogno di una sterzata “elettrica” e di un sound più variegato; ecco che nasce il Chicago Blues. La storia artistica di Waters parla chiaro: dal primo importante successo del 1948 con I Can’t be Satisfied è una continua escalation di brani storici come Hoochie Coochie Man, Louisiana Blues o I’m a Man. L’importanza della Muddy Waters Band è imprescindibile, non solo per il valore artistico, infatti fu anche il trampolino di lancio per altri fondamentali musicisti, da Jimmy Rogers a Little Walter solo per citarne due.

Proprio il rissoso Little Walter è stato fautore della svolta elettrica nel suono dell’armonica. L’episodio accadde durante una session nel luglio del 1951 a Chicago con Waters; l’armonicista per potenziare il suono del proprio strumento decise, molto semplicemente, di inserire un microfono da radioamatore dentro l’amplificatore della chitarra: se l’armonica nel blues ha un fascino così sensuale, il merito è suo. Il giovane Walter abbandona momentaneamente la carovana Waters, dedicandosi al suo primo disco solista, Juke (1952), ottenendo grandi soddisfazioni. Successivamente collabora con diverse band, usando spesso soprannomi o pseudonimi vari, tuttavia il talento ed il carattere scontroso rimasero una costante per tutta la sua breve vita, stroncata da una rissa il 14 febbraio del 1968.
L’antagonista principale di Muddy Waters, è stato senz’ombra di dubbio il “lupo ululante” Howlin’ Wolf. Nato nel 191o a West Point (Mississippi) viene allevato musicalmente da due mostri sacri: Charlie Patton da cui prende il cantato sofferto ed emozionale e Sonny Boy Williamson II per quell’armonica delirante. Inizia ad incidere per la Sun Records di Memphis, ottenendo un grande successo (da citare la sua esibizione di 15 minuti alla radio KWEM che scatena l’interesse generale) ed una sana rivalità con Waters; brani del calibro di Back Door Man (riproposto anche dai Doors quindic’anni dopo), Sitting on the top of the World o Highway 49 non sono inferiori ai successi di Waters.

Come Chicago pure a Memphis il blues è molto più che un genere musicale. Le strade della città di Presley sono spesso il crocevia di culture e stili, dal gospel al rock ‘n’ roll fino al soul; eppure questa incredibile città ha dato i natali non solo ad un blues molto imbastardato con il jazz, ma ha anche visto crescere artisticamente uno dei nomi più rispettati del panorama musicale mondiale: B.B. King. É proprio nel 1946 che seguendo i consigli di Bukka White, bluesman piuttosto conosciuto a Memphis, perfeziona il suo stile, esibendosi con Lucille (la sua mitica sei corde) in Beale Street. Grazie all’appoggio delle radio locali, la musica di King ben presto contagia l’America intera per tutti gli anni ’50, consolidando via via il suo nome fino ad oggi. Inutile citare mostri sacri relativamente recenti, come The Thrill is Gone (1970, da segnalare tra le tante una meravigliosa performance con Gary Moore) o Sweet Sixteen (1960), piuttosto mi soffermerei sul primo B.B. King quello più viscerale di Three O’clock Blues o di Everyday I have the Blues.
Pari rispetto lo merita anche John Lee Hooker, che è stato il cantastorie per eccellenza del blues. Il suo originale boogie ipnotico (vedasi la sinuosità di Crawlin’ King Snake) è stata una variante importante al movimento, tuttavia solo nel 1962 Hooker ottiene il meritato successo europeo, grazie al brano Boom Boom che gli aprirà le porte a prestigiose collaborazioni musicali e non, dal disco con i Canned Heat (Hooker ‘N Heat del1971), alla comparsata in The Blues Brothers.
Tra tanti capolavori blues, uno in particolare merita di essere citato, sto parlando di Dust my Broom, a mio parere il miglior pezzo blues per incisività, ritmo e legame con la tradizione. Il brano non a caso è un parto a tre: Robert Johnson che lo scrive, Sonny Boy II che ne valorizza gli acuti all’armonica ed Elmore James che lo porta al successo. Non a caso James viene considerato l’erede elettrico del diavolo Johnson, e non potrebbe essere altrimenti viste anche le vicende personali che lo coinvolgono. Quel suo stile slide riesce a dare nuova linfa al blues secco ed aspro degli anni ’30, e solo a causa di una salute cagionevole (i soliti problemi cardiaci) non riesce ad esibirsi con costanza tra Memphis e Chicago, consolidando così il nome. Accompagnato spesso da Sonny Boy II, fa il colpaccio nel 1952 con Dust my Broom toccando le vette delle classifiche (la registrazione che noi conosciamo in realtà è catturata da una session senza che James ne fosse al corrente); il resto della carriera è un saliscendi di soddisfazioni e fallimenti, dal successo del 1960 di The Sky is Crying alla morte solitaria avvenuta nel 1963.

Il blues è principalmente uno stile di vita, un modo di essere e di pensare. É la storia del popolo afroamericano. E tutto ciò, musicalmente, non deve necessariamente coincidere con una portentosa tecnica. Un esempio di semplicità, risolutezza e grande blues è Jimmy Reed che fu certamente la prova di come il blues resisteva all’onda rock ‘n’ roll di Chuck Berry o Jerry Lee Lewis. L’abilità di Reed era essenzialmente un ritmo ibrido tra il dinamiche boogie-woogie della chitarra ed il suono tagliente dell’armonica che riusciva a suonare contemporaneamente. Big Boss Man, Cry Before I go, Honest I Do sono le perle della sua golden age che durò un lustro dal 1955 al 1960.
Non solo Chicago e Memphis. In Georgia il blues spesso è messo erroneamente in disparte, anche se ad Atlanta l’ Eight-One Theater fece muovere i primi passi a Bessie Smith. Il nome da approfondire in questo caso è quello di Blind McTell e non solo perchè idolatrato da Bob Dylan. Altra bandierina in questo tour è la West Coast, nel quale i cantieri navali davano sostentamento alle famiglie afroamericane che dal Texas o dall’Oklaoma volgevano verso il Pacifico. È naturale quindi immaginare una scena blues anche in California, e questo lo si deve principalmente a T-Bone Walker e a brani come Call it Stormy Monday, lievitati tra dinamiche swing e jazz.
Tutto ciò che il blues ha prodotto in un decennio, esplode in mille influenze ed infatuazioni in Gran Bretagna; Jagger-Richards, Eric Burdon, Jeff Beck, Jimmy Page, Eric Clapton, Rod Stewart formeranno ciascuno almeno una band, ispirati dalla storia, dal valore, dall’onesta del blues, e da brani semplici quanto profondi.
Dietro ogni bigger-band bianca, c’è sempre dietro una grande passione per il blues afroamericano … fate presente questo quando mettere sul piatto il vostro disco ’70 preferito!

 

La Firma: Poisonheart

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