Fur and Gold – Bat for Lashes

 

Etichetta: The Echo Label, Parlophone
Prodotto da: Natasha Khan, David Kosten

 
Eccomi ancora qui. Mi conoscete, provengo dall’ottava luna di Nexus. Sono lacrime di fata, e naufraga solitaria sulla Terra.
Cerco di comprendere la vostra civiltà. Sono Camilla e racconto della musica che riposa del fondo della mia anima … e la condivido con voi …

«We walked arm in arm but I didn’t feel his touch»

Come una poetessa mitologica, Natasha Khan (ragazza di origini pakistane ma trapiantata nello United Kingdom delle regine e delle principesse tristi) regala alle menti apatiche di quest’epoca un disco raffinato, delicato ed allo stesso tempo potente come un tuono.
Bat for Lashes non è solo l’alter ego musicale di Natasha, ma piuttosto la demarcazione, il confine intimo tra la maschera artistica e quella privata: fedele alla propria arte e magia (talvolta nera!), ne fuoriesce uno stile sobrio, che mira all’essenza e non alla meccanica provocazione per le scalate a Top of the Pops.

Natasha Khan esordisce nel 2006 con Fur and Gold, ammaliando l’isola intera con una poetry-wave, che ha qualche reminiscenza negli anni ’90, se non altro per le dichiarate simpatie della cantante verso quell’underground sbucciato che da Seattle e dintorni sconquassò il mainstream … ma c’è anche tanto female-power!
Ritmi onirici di un organetto da strada, fanno da apripista ad Horse and I, uno dei miei brani preferiti, che si evolve come una marcetta di Sabba diluita nella passionalità del cantato di Natasha, che racconta, con grande enfasi doorsiana, immagini sfuse su di un tessuto scarlatto ed evocativo. I cori dall’accento pop e la struttura semplice ma coesa del brano, fanno già intuire che non siamo difronte ad un artista qualunque: la musica di Natasha parte dal cuore.

Trophy è il secondo singolo estratto dal disco, e in maniera non dissimile dalla precendente traccia, regala emozioni avvolte ed arrotolate in un ritmo tribale e pagano: «Found a heaven on earth, heaven is a feeling I get in your arms»; nel quale elementi “magici” invadono i testi, spesso criptici della cantante. Una dimensione slegata dalle logiche commerciali, nel quale convivono clap-clap e scalate d’archi, che si adattano perfettamente al divenire di un brano che in alcune parti ricorda le migliori espressioni artistiche della musica nordica (indiziata principale Björk).
Tuttavia, le origini orientali di Natasha si apprezzano ovunque nel disco, e pizzicano sempre le corde giuste, come la crepuscolare Tahiti o la spiazzante Prescilla, nel quale il battito di mani sostituisce senza riserve le percussioni, ed il risultato è sorprendentemente cupo e sinistro.

What’s a Girl to Do è forse il brano più noto di Natasha, e scorre come un ruscello nel cuore di una foresta feroce, nel quale il simbolismo animale è molto più che un richiamo all’onirismo fai da te. E non mi stupirei nemmeno se The Wizard evocasse, con la  consueta e risoluta delicatezza femminile, le memorie del magnifico Crowley di Thelema: «Wants to feel you shake and shooting, He will be our leader», in un turbine di calde emozioni e di brividi che si mescolano in una pozione esclusiva.

Chiudo con I saw a light, una struggente ballata che si svolge tra le lacrime di un piano e celebra il confine tra la vita e la morte (un pò il lief motiv celato del disco), raccontando con apparente freddezza la fine tragica di un amore. Natasha conferma anche la sua vena di promettente songwriters, capace di unire sacro-e-non-sacro in un vincolo alchemico preciso, nel quale la musica è un grande rito di iniziazione:«I saw a light / Shining on a car /And a couple inside / Had committed suicide».

recensito da Camilla

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