In the Court of the Crimson King – King Crimson

Etichetta: Island Records
Prodotto da: King Crimson
Registrato a: Wessex Sound Studios, Londra

 

Era il 13 gennaio 1969 quando, nelle cantine del Fulham Palace Cafè, il Re Cremisi siglava il proprio manifesto e si presentava ai sudditi, proclamando il suo regno ed eleggendo i funzionari designati: il genio cervellotico organista e chitarrista Robert Fripp, l’altisonante voce del prog Greg Lake, il poliedrico tastierista Ian McDonald e il folle Michael Giles alla batteria.
La celeberrima copertina d’insediamento al trono è l’unica opera del programmatore Barry Godber (amico di Piet Sinfield, co-autore dei testi) e rappresenta all’esterno un uomo in primissimo piano, dall’improbabile incarnato cremisi, colto in un urlo d’isteria mentre all’interno un’altra figura si trova in posa ieratica, con un gesto iconografico della mano assimilabile alla benedizione cristiana. E proprio il grido incontrollabile si converte da figurativo a uditorio in “21st Century Schizoid Man” in cui Greg Lake tra visionarietà e predizione narra di un mondo composto da inettitudine e morte, in una cacofonia underground che ben si accosta all’alienazione letterale (“poets’ starving children bleed, nothing he’s got he really needs…“).
 Prima di una performance live del brano nel 1969, Robert Fripp disse che la canzone era dedicata a “una personalità politica americana che noi tutti conosciamo ed amiamo profondamente. Il suo nome è Spiro Agnew” (greco vice-Presidente degli USA sotto Richard Nixon).

Placata la tempesta iniziale, l’uomo schizoide ha modo di mitigarsi tramite la tenerezza sedativa di “I Talk to the Wind“, dove il vento scorre indolente tra il flauto conduttore di Ian McDonald e l’aulica voce di Lake, nonostante il solito pessimismo a impregnare l’atmosfera (“I’m on the outside looking inside, what do I see? Much confusion, disillusion all around me“).
Epitaph” prosegue idealmente la traccia precedente, eppure si respira un’aria decisamente più opprimente: essa sigla un epitaffio non individuale bensì sociale, una dedica esplicita all’intera umanità destinata a essere tenuta tra le mani dagli stolti (“the fate of all mankind I see is in the hands of fools“): si tratta di una canzone imbevuta di perenne attualità, scandita da un desolatissimo mellotron e altrettante sconfortanti percussioni dettate da Michael Giles – eppure, nonostante l’epigrafe scalfita dalla confusione, è una raffinata quanto rassegnata apocalisse.

Moonchild” è pura sperimentazione e in 12 minuti non riesce a plasmarsi mai in una forma risolutiva, tra sinfonismo e free-jazz, fino al raccoglimento del puro silenzio; a tratti appare procrastinatrice, ma sempre pregevole, ottimo invito scritto al castello per la successiva “In the Court of the Crimson King” con la quale siamo finalmente invitati al convito regale; la title-track chiude il capolavoro, portando l’opera ad un livello ancora più elevato: si tratta di un brano ricarcato, con un ritmo ampolloso impresso da cori sacerdotali, flauti mistici, e accordi fugaci. L’ultima parte è una digressione della prima porzione in chiave più rock.
Con l’entrata a corte termina il primo album dei King Crimson: un “capolavoro misterioso” secondo Pete Townshend e non si potrebbero trovare migliori definizioni; dopo oltre quarant’anni ha ancora tanto da insegnare e, sicuramente, soggiornare nel Paese monarchico del Re Cremisi è ancora oggi un’esperienza pedagogica.


recensito da Valeriaf89

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