Etichetta: SST Records
Prodotto da: Spot, Black Flag
Registrato a: Unicorn Studios
Una curiosità: i Black Flag furono la prima band hardcore ad uscire regolarmente dalla California per dei tour a dir poco esplosivi. Se questo non vi sembra straordinario, bisogna immedesimarsi in quello che era Los Angeles nei primi anni ’80. Una città abusata dal potere delle autorità politiche, in cui le urla di piccole band spesso autoprodotte, cercavano di sovvertire l’ordine facendo sentire la propria voce, sputando liriche velenose con ritmi veloci e rutilanti. Le illusioni degli anni ’70 avevano prodotto una generazione sfinita dalla realtà: era ora di cambiare questo, e Greg Ginn fondatore dei Black Flag lo aveva capito benissimo.
Dapprima fondò la SST Records, che diventerà la label per eccellenza delle band alternative e hardcore del paese, e dopo aver cambiato spesso line-up, trovò in Henry Rollins un magnifico portavoce in grado di lanciare messaggi credibili e autentici. Coadiuvati dalla seconda chitarra di Dez Cadena, dal basso di Chuck Dukowski (cofondatore della SST nonché successivamente brillante manager) e dalla batteria del potente Robo.
In questo clima esce un disco fondamentale per la scena hardcore, un gioiello come Damaged intriso di furore isterico, che catapulta l’ascoltatore in un terremoto sonoro rabbioso ma lucido nella sostanza.
Diffidenti verso le autorità di polizia, che per altro perseguitarono spesso la band, Rise Above scaglia con veemenza messaggi carichi di significato che preannunciano una vera e propria chiamata alle armi. «We are tired of your abuse / Try to stop us it’s no use » funge da coro di incitamento per il pubblico, pronti alla battaglia i Black Flag scelgono un sound corrosivo ma ragionato.
Tagliente l’intro di basso di Dukowski in Six Pack, che fa salire un adrenalina che esplode solo nel chorus successivo: abrasivi, pungenti, maniacali. Se un paragone è accettato, almeno nei messaggi lanciati, a volte ricordano gli esplosivi MC5 di Detroit. Impegnati o piuttosto (dis)impegnati dalle utopie conservatrici che attanagliavano il paese (Reagan saliva alla Casa Bianca), i Black Flag riuscirono ad anticipare i tempi, scatenando una sovversione più ideale che pratica, ma che fu da base per le generazioni che si affacciavano alla musica indipendente. Police Story penetra fino al midollo e lascia impietriti dalla potenza espressa, come Thirsty and Miserable, ove la velocità non è l’unica prerogativa, le ruggenti chitarre di Ginn e Cadena urlano quanto la voce di Rollins.
Nei canoni classici dell’hardcore ironico e pungente è T.V. Party, meno densa di rabbia delle precedenti e più cinicamente orecchiabile (passatemi il termine), «We’ve got nothing better to do / Than watch T.V. and have a couple of brews». Apparentemente spensierata la mescalinica Gimme Gimme Gimme, uno scossone di meno di 2 minuti che non ha paragoni. Immaginatevi di essere nella bocca di un cannone, pronti per sparati via: la sensazione è la stessa. Sommersa No More, dopo un soliloquio di basso e batteria esplode alla maniera di Rollins. Non trascurabili le versioni di Damaged I e II, ricolme d’odio pulsante nelle vene e nelle corde vocali.
La MCA dapprima si era mossa distribuire Damaged, salvo poi tirarsi indietro a causa del tono sovversivo del disco (si sa le major son tutte uguali!). Scherzosamente i Black Flag suggerirono con uno sticker in copertina, la loro ironica risposta: «come genitore, trovo che questo sia un disco contro i genitori».
Fondamentali per la successiva generazione musicale, la band esprime in 15 tracce l’anima hardcore come nessuno prima d’ora. Ogni autorità è messa in discussione dai Black Flag … attenti mamma e papà !!!
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