Seventh Son of a Seventh Son – Iron Maiden

Seventh Son of a Seventh Son - Iron Maiden

Etichetta: Emi Records
Produtto da: Martin Birch
Registrato a: Musicland Studios, Monaco

 

L’ approccio dei Maiden con le tastiere e sintetizzatori è iniziato nel precedente disco “Somewhere in Time”,  ma il tutto era accennato e quindi il sound classico maideniano cambiava leggermente rispetto prima. Ora invece in questo  long play la ‘vergine di ferro’ sembra aver rotto gli indugi e le tastiere sono quasi sempre presenti, tanto che alcuni fans avranno storto il naso sentendo qualche brano (Bruce Dickinson in un’intervista disse: «Non si può fare heavy metal con le tastiere…»).

Questo disco è anche il primo concept album dei Maiden che si basa su storie paranormali, le quali riprendono diversi passaggi della Bibbia (l’Apocalisse di Giovanni su tutte).

«Sette peccati mortali
Sette modi per vincere
Sette sentieri sacri per l’inferno
E il viaggio inizia;

Sette pendii discendenti,
Sette speranze insanguinate,
Sette sono i tuoi fuochi ardenti,
Sette i tuoi desideri…
»

Seventh Son of a Seventh Son inizia con questo incipit recitato da Dickinson (il sette è un numero fondamentale del concept del disco) il quale da il via a “Moonchild”: non c’è nessuno che non sia rimasto basito udendo le prime note del brano, ovvero un riff di tastiera pseudo-pop, tuttavia è solo una momentanea apparenza. Il pezzo procede in modo quadrato e Bruce è teatrale come non mai e, pare proprio di ascoltare una storia epica d’ altri tempi (i nostrani Rhapsody of Fire devono molto a questo album).
Infinite Dreams”è una ballad diversa dal solito, in quanto a metà brano entrano di prepotenza le classiche cavalcate interminabili degli Iron e diventa tutto un po’ più aggressivo. Ottimo brano, peccato che nei  live la band l’ha riposto nel dimenticatoio.

Ora passiamo ai due singoli principali del disco: stiamo parlando di “Can I Play with Madness?” e l’indimenticabile “The Evil that Men do”, il primo è un pezzo banalissimo sul quale è meglio stendere un velo pietoso (visto gli sviluppi nell’album successivo …), mentre il secondo fa parte della storia della ‘vergine di ferro’: canzone malinconica e potente che ogni fan conosce come le suole delle proprie scarpe.

Ma il capolavoro è l’incredibile title track, è davvero complesso descrivere una canzone del genere, dove  il rock-progressive di classe si tinge di sfumature epiche e maestose delle tastiere. Da inchino è la performance alla batteria  nella parte centrale del brano  di McBrain, dove crea un riff il quale accelera  lentamente con il procedere del brano, il tutto con la precisione di un chirurgo. Murray e Smith di certo non stanno a guardare e tirano fuori l’impossibile dalle chitarre.
The Clairvoyant” è il pezzo con il testo più onirico e musicalmente è il seguito di “The Evil that Men do“: anche se è un po’ confuso è un brano piacevole.

Dopo questo indubbio capolavoro i Maiden inizieranno a sprofondare nella voragine della mediocrità, dalla quale tutt’oggi non riescono  ad uscirne completamente.

 

recensito da Mighell
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