Beggars Banquet – The Rolling Stones

Baggers Banquet - The Rolling Stones

Etichetta: Decca Records
Prodotto da: Johnny Miller
Registrato a: Olympic Studios, Londra

 

Dopo lo sfogo psichedelico, solo in parte convincente, di Their Satanic Majesties Request, gli Stones ritornano alle vecchie maniere riproponendo un ottimo rythim-blues da hit parade.
Jagger e Richards rimangono impressionati dall’ottimo lavoro in fase di produzione palpabile in alcuni dischi dei The Spencer Davis Group. La regia è di Johnny Miller e verrà arruolato immediatamente alla corte degli Stones. Nel marzo del 1968 iniziano a registrare il loro settimo album in studio e il primo banco di prova è 45 giri Jumpin’ Jack Flash che esce nel maggio dello stesso anno. Il successo del singolo, in testa alle classifiche U.K. conferma che il contributo di Miller è fondamentale.

Beggars Banquet  risveglia i Rolling Stones dal torpore e li ripropone sulla cresta dell’onda che cavalcano ancora con estrema spavalderia. Le 10 canzoni del disco sono perfette, compatte, tirate. Nessuna esitazione, nessun dubbio. Tutti in forma smagliante, Brian Jones permettendo, oramai sopraffatto dal proprio stravagante personaggio. Tuttavia anche lui fa il suo dovere, senza strafare, offre un contributo discreto.
La fortuna di Beggars Banquet non deriva solo dal buon lavoro di Miller. Sono almeno 2 i singoli che trainano l’album nell’olimpo dell’antologia discografica.
Sympathy for the Devil è certamente il titolo più altisonante del disco. Inizia con le congas e il piano, suonati rispettivamente da Rocky Dijon e Nicky Hopkins, ma è una falsa pista; ben presto si approda ad un rock intelligente e non convenzionale. Jagger, probabilmente, si ispira ai lavori di Mikhail Bulgakov, drammaturgo russo dei primi del ‘900 (fra tutte spicca il romanzo ‘Il Maestro e Margherita’), per tessere delle liriche di rara bellezze e colme di verità. La scusa del diavolo è una trovata geniale: i nuovi ideali giovanili della fine degli anni ’60 che si scontrano inevitabilmente con i dubbi e i timori di quella stessa generazione. Non si risolve mai la contraddizione, ma gli Stones fanno riflettere, e non si nascondono nel trattare questi temi difficili. L’iconografia della cristianità viene sminuita «And I was round when Jesus Christ / Had his moment of doubt and pain»; stessa sorte capita per i temi politici, dalla rivoluzione russa «Killed the czar and his ministers / Anastasia screamed in vain», ai Kennedy «Who killed the Kennedys? / When after all it was you and me»; sino alle autorità «Just as every cop is a criminal / And all the sinners saints as heads is tails». Un brano forte e provocatorio, sorretto tuttavia da un ritmo quasi tribale, coadiuvati dai sinistri cori  di Marianne Faithfull  e di Anita Pallenberg, le “muse” storiche. Ovviamente il brano suscitò le più disparate reazioni, dalla minaccia del satanismo nel rock fino alla celebrazione dell’anticristo. Insomma, di tutto di più, disattendendo completamente il significato reale del brano. Evviva i bigotti, come al solito !

Oltre a questo capolavoro, gli Stones offrono un bellissimo tributo al bluesman Robert Johsson, con la ballata acustica vagamente contry di No Expectation. Alla chitarra slide Brian Jones, che regala al brano una pace quasi celeste.
Il blues torna preponderante in Parachute Woman, uno dei brani più efficaci del disco; con un Richards musicista consumato tra chitarre elettriche e acustiche e un pimpante Jagger all’armonica. Mentre Jigsaw Puzzle miscela lo slide delle chitarre con il piano dal sapore blues. Il risultato è ottimo. Ad un ascolto distratto può apparire vagamente simile allo stile di Bob Dylan, tuttavia è solo fumo negli occhi.

Il lato B apre con un altro singolo monumentale, come Street Fighting Man. Brano dai forti connotati politici e ispirato alle proteste dei movimenti  studenti francesi nel maggio del 1968, «…cause summers here and the time is right for fighting in the street». Un ritmo infernale fatto di chitarre graffianti, un gran pezzo rock ‘n’ roll, nonostante qualche spruzzo melodico di piano e di sitar.

Da segnalare anche Stray Cat Blues e Factory Girl. La prima è il solito efficace blues marchiato Richards che verso metà svolta decisamente nell’improvvisazione più frenetica, la seconda invece è una calda ballata country in bilico tra atmosfere decisamente esotiche e quelle più miti di estrazione celtica. Salt of the Earth è il contributo finale con Richards alla voce.

I Rolling Stones chiudono il 1968 con un album forte e coerente. Altri artisti avrebbero inciso album dalle tinte forti, Vietnam, politica, nucleare, diritti civili. Gli Stones solo parzialmente affrontano tali argomenti, ma riescono a cogliere nel segno offrendo nuovi punti di vista rispetto a quelli oramai consueti.
Beggars Banquet è un album da possedere, non ci sono ragioni particolari, ma anche solo ascoltare Sympathy for the Devil può essere sufficiente.
A meno che non siate convinti che dietro al rock ci sia il diavolo !!!

 

recensito da Poisonheart
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