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"SoundRise": recensioni Band Emergenti
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Mood Swings – Malenky Slovos

Malenky Slovos "Mood Swings"

Avevamo lasciato gli spezzini Malenky Slovos circa sei anni fa con un ep (Antiquambience, leggi recensione) dalle sonorità velatamente elettroniche e dal mordente dannatamente rock. Il lungo tempo che è trascorso, ha permesso alla band (Gianluigi Sem, Andrea Imberciadori, Lorenzo Eva, Simone Fioravanti e Cristian Orlandini) di rinnovarsi nella line-up e di inserire nel proprio tessuto sonoro fiati ed acuti vari (dallo xilofono passando per una simpatica ukulele), ottenendo così umori e varietà che non sono certo comuni nella “monocorda” musica indipendente italica.
Mood Swings tuttavia è anche un lavoro D.I.Y. che raccoglie tutte le esperienze maturate nei numerosi live dei Malenky Slovos lungo la penisola, mantenendo inalterato quell’omaggio al post-punk ed alla sperimentazione dei primi anni ’80 che è sempre stato endemico sin dagli esordi. Le distorsioni e le virate di volumi colorano le tredici canzoni (+ tre bonus track) di cui si compone Mood Swings, tuttavia non mancano i momenti più riflessivi ed armonici (da ascoltare la delicata ed eterea Whited Out, uno dei migliori brani del disco, riproposta in versione italiana come bonus), mostrando una maturità a tutto tondo ed una cura fine nel dettaglio, che finalmente i Malenky Slovos possono sfoggiare senza pudore alcuno.
La tromba è certamente la novità più rilevante in alcune soluzioni ascoltate in questo lungo lp (vedasi la festosa Knowledge Base), eppure la sua presenza non è “ingombrante” come poteva essere lecito immaginare, la ricercatezza e la qualità degli arrangiamenti è tale da modellare ogni strumento in funzione di un indie-rock tirato ed adulto, senza che questo possa in qualche modo rasentare la retorica. Se in alcuni passaggi le influenze (chitarristiche) di band come Editors o Interpol possono sfrecciare rapide da orecchio ad orecchio (17 Words ne è un folgorante esempio), è anche vero che nei Malenky Slovos permane un senso della personalizzazione facilmente percettibile.

Tante influenze che sfociano in una sana tensione, leggibile nei due brani d’apertura, il mezzo-funk industriale di Dead Mall e soprattutto Matterplay, nel quale l’amalgama sonora è davvero pregevole, partendo da una base piuttosto minimale e lavorando sottotraccia su diversi livelli, che implodono in un chorus orecchiabile e movimentato. Mother Hurt calca la mano verso manierismi digitali che decorano un rock tirato, che nel finale concede qualcosa alla fantasia della tromba; da citare By this River (cover di Brian Eno da Before and After Science) come uno dei momenti di metà disco più intensi, che certificano come i Malenky Slovos siano fin troppo capaci nel rielaborare le influenze altrui, mettendoci sempre quell’ingrediente personale che risulta poi determinante per la riuscita del brano.
Le suggestioni e quelle immagini “morte” e ferme si stampano facilmente nella memoria, i Malenky Slovos vogliono fotografare l’immobilismo di quel determinato momento come se fosse una metafora della condizione umana moderna; così Small Town Paranoia (Yes he creeps me out! I feel my breath dying, chest aches, it’s on fire / He creeps me out! Those weird eyes! / Paralyzed, I pray it’s a dream) in alcuni passaggi mima a quella realtà surrealista e “sospesa” che appartiene alla scuola visiva di David Lynch. Umorale, ed isterico a tratti, l’album mantiene sempre una dimensione ben equilibrata non solo nell’impatto sonoro, ma anche nella poetica che Andrea Imberciadori imprime ai testi, facendo spesso le parole a pezzi e riscrivendone talvolta il significando in chiave onirica.

In Nine Lives, un minimalismo asciutto assorbe tutta la tensione di un brano acrilico e bipolare, mentre la conclusiva Santa got it wrong è dolce ed amara allo stesso tempo come una ninna-nanna natalizia stonata; tra le tre bonus-track cito solo la trita e ritrita Personal Jesus, che in questo caso viene rivitalizzata da echi di tromba e di xilofono. Il risultato conclusivo di Mood Swings è quello di un disco ben bilanciato, tra echi funk, momenti tipicamente rock ed alcune velleità sperimentali che non snaturano l’essenza della musica dei Malenky Slovos.
Bentornati dunque …

Malenky Slovos sito ufficiale
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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

 

 

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Electroshock Serenade – OIL

Dalla Frosinone cantata recentemente anche dalle generazioni musicali più modaiole, nascono e prosperano sin dal 2007 gli OIL, un trio chitarra-basso-batteria il cui rock indipendente corre controcorrente, tornando a quelle infatuazioni anni ’90 (ma anche ’80) in bilico tra sonorità sporche e ballate celestiali.
I singoli componenti vantano una bella esperienza (Federico Pozzi ed Alessandro Grande rispettivamente basso e chitarra hanno fatto parte dei BlueBonnets), che è facilmente apprezzabile nelle dinamiche di un rock pastello, ruvido solo dove serve, emozionale nella sua profondità, ben articolato ed arrangiato senza dover ricorrere a saliscendi di volumi o distorsioni. Se viene spontaneo il parallelo con The National e R.E.M., è anche vero che questo primo indizio scivola via senza troppa memoria dopo il primo ascolto di Electroshock Serenade, secondo ep uscito per Garage Records. La profondità compositiva è uno dei tratti distintivi della musica degli OIL, che in questo lavoro si mette al servizio di un mini-concept diretto e spontaneo, che cerca di indagare sulle meccaniche dell’evasione e di tutte quelle “educazioni”, che dall’infanzia all’età adulta, ne rallentano la liberazione. Un tema che se trattato da degli esordienti potrebbe apparire banale e superficiale, ma che promosso in un ep così maturo e completo, mima ad una condizione umana a cui non è così difficile non riconoscersi almeno una volta nella vita. E’ la routine, quella cieca e folle ricerca di un materialismo quasi naturale, o di un sentimentalismo scolastico, o ancora della tiepida coscienza spirituale che ha perso la propria linfa vitale: tutte componenti che non permettono al singolo individuo adulto di svelarsi per davvero, di aprirsi al mondo, di godere finalmente di ogni prezioso istante della vita.

Electroshock Serenade - OILUn disco da ascoltare con gli occhi aperti, poiché se il rock in ballata degli OIL appare sereno e pulito all’orecchio, nella crosta più dura mostra un velato cinismo ed una sana vena critica, che tuttavia mantiene energia ed eleganza. Contrasti e chiaro-scuri sono evidenti sin dai primi secondi di Carefully, nel quale un basso cupo ed ovattato tuona contro trame di una chitarra pulita e squillante, portando il brano ad un equilibrio zen durante la sua progressiva evoluzione (ottime le percussioni di Massimo Savo), che ricorda le cavalcate stipeiane di Automatic for the People.
In Do-it il tono si fa più confidenziale, mostrando maggiormente quel lato oscuro che si poteva percepire appena nel brano precedente; i ritmi sono più lenti, con la componente baritonale piuttosto marcata: grande carica evocativa nel chorus, con quel senso di sospensione ed echo, che diluisce tutta la tensione in pochi secondi. Se finora gli arrangiamenti hanno mostrato una discreta linearità ed una coesione davvero invidiabile, in Bullet gli OIL cambiano approccio, grazie ad un intro lungo che poi si evolve in una bella ballata sulle parole non dette, nel quale la sezione ritmica fa sentire la propria presenza, senza disdegnare qualche variazione specie nella parte finale. In Rattlesnakes lo sfogo personale chiarisce un bisogno di libertà quasi endemico, così come viene svelata quell’anima blues, che come un’ombra silenziosa ha sempre seguito l’evoluzione del disco; mentre la finale New Escape tira le somme di questi propositi d’evasione, arrendendosi docilmente verso un diplomatico (e forse sommesso) assioma: non è possibile uscire senza prima entrare.

La musica degli OIL ha qualcosa di regale e raffinato (non dissimile dai Wilco o The National), di preciso e pacato, senza relegare la rabbia o l’energia a qualche piccolo sfogo strumentale. Electroshock Serenade è una presa di coscienza forte, poco modaiola, ed estremamente determinata: un ascolto maturo, riflessivo, in cui è possibile per davvero trovare degli spunti interessanti per pianificare una fuga liberatoria da tutto questo caos materialista.

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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Mi Odio (ep) – Impatto Zero

Quello che mi ha davvero colpito degli Impatto Zero da Trequanda, Siena (perché loro ci tengono che si sappia), è l’entusiasmo a tratti contagioso e a tratti irrefrenabile con cui questi quattro ragazzi fanno qualsiasi cosa. La loro storia non è poi diversa da quelle di tante altre band emergenti, che solitamente nel raccontare la propria spiccia biografia tendono ad un formalismo a tratti fastidioso, mentre gli Impatto Zero ci credono per davvero e non temono di nasconderlo (anche che il nome viene da un poster di Topolino!). E’ pur vero che l’intensa attività live che li vedrà protagonisti in quest’estate 2016 rappresenta sicuramente uno stimolo sufficiente, eppure questo non basta a giustificare così tanta euforia: è un qualcosa di innato, di spontaneo ed assolutamente non costruito, è qualcosa che solo la passione per la musica può generare.

Eppure l’ep d’esordio, Mi Odio, cela un senso d’alienazione tipico della giovane età (classe primi anni ’90) costruito su riff potenti di chitarra ed una veloce sezione ritmica che richiama alle più basilari esigenze punk. Martin Cantero (chitarra e voce), Iacopo Panfi (sei corde), Domenico Perugini (quattro corde) e Thomas Tarquini (percussioni) condensano in cinque brani un’energia selvaggia che nuota libera tra dinamiche tipiche del rock alternativo, senza disprezzare saliscendi di distorsioni e di volumi. L’inquietudine del presente e la nebbia del futuro sono snocciolate sulle piccole cose di tutti i giorni, senza velleità cantautorali (e meno male!), gli Impatto Zero, esternano nella maniera più spontanea e naturale possibile le proprie emozioni, senza preoccuparsi di farsi piacevoli o piacenti. Siamo all’essenza del punk, ad un do-it-yourself ideale, che dal basso del suo “individualismo musicale” racconta esperienze ad alto tasso di immedesimazione.
Mi Odio (ep) - Impatto ZeroSalvami apre le danze con una bella combo arrembante di power-chords ruvidi + trame di basso perniciose, che consentono al cantato un tono rapido ed essenziale, mentre i cori di rimando alleggeriscono la tensione, che finalmente implode in un chorus orecchiabile, ma non fastidioso, nel quale gli Impatto Zero urlano di essere salvati da tutta l’indifferenza ed il conformismo che rischia di contagiarli.
Con Odio il ritmo da marcia impresso dalla batteria, svela una leggera variazione a sonorità più metallare, tuttavia è un falso indizio, e più probabilmente una soluzione stilistica che si abbina meglio ad un brano che preferisce rallentare e farsi più greve e contemplativo, svelando una fievole teenage agnst nel verso «La paura per il nostro futuro a me basta già / Questo presente per non riuscire più a guardare davanti». Finale isterico, un po’ alla Capovilla, forse un refuso della malattia indie-rock-italica. In Spettro tornano le velocità sostenute, miscelando distorsioni chords acriliche e belle dinamiche di basso; da annotare la capacità di accelerare e rallentare i ritmi, senza strappi troppo violenti e senza ricorrere a troppi effetti di contorno. Adesso no si fa quasi hardcore, mentre gli Impatto Zero toccano il tema del “via lontano da qui” che probabilmente rappresenta più che altro l’ideale di allontanarsi dal conformismo preconfezionato.  Chiude Tutto falso, che preferisce decantare con acuta ironia tutti i consigli inutili che derivano dallo stesso perbenismo di provincia: una sorta di no-future tricolore che si muove verso sonorità nuove, specie nella parte finale del brano, ove feedback ed improvvisazione splendono di luce propria.

Mi Odio è una sorta di mini-concept sull’ipocrisia della masse, sull’individualismo cieco e sulla scarsa apertura mentale dei più giovani; è un bello sforzo compositivo per essere un esordio … questo giustifica tutto questo entusiasmo? Lo avrebbe giustificato comunque (nonostante il poster di Topolino!), bravi Impatto Zero!

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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Follow (ep) – Nowhere

Follow - NowhereDopo tanto peregrinare e dopo chissà quante esperienze e conoscenze, ritorna su queste pagine Andrea Caccese (già apprezzato per Icarus falling / Set the world on fire) con un pseudonimo artistico nuovo, Nowhere, ed un ep che in soli due brani cerca di condensare quanto vissuto sulla pelle di questo delicato ed intelligente artista.
Viaggiare come ansimata ricerca di qualcosa che manca, ma spesso viaggiare diventa anche sinonimo di curiosità, di delineare una nuova armonia senza rimanere per forza legati ad un luogo in particolare. Follow rappresenta un estratto di queste intricate sensazioni; è l’empatia spontanea che si genera a pelle, è la passione e l’amore per la musica che non ne vuole saperne di confini o barriere. Andrea Caccese ha visto il sole opaco della Svezia e quello infuocato dell’Australia, prima di stabilirsi a New York, ove questo ep ha preso forma concreta. Nonostante il nomadismo, quello che ha vissuto ed interpretato non è necessariamente legato materialmente al luogo, come quel sole che visto da prospettive diverse sembra anch’esso diverso, malgrado la fisica ci insegni che si tratta della medesima palla incandescente. Ecco perché quel Nowhere, assume un contorno etereo, quasi sbiadito nella sua essenza, poiché non conta solo quello che si vive, ma a volte conta pure quello che ci rimane appiccicato addosso; ed in questo caso sono due brani sensibili, avvolti da una vaga nostalgia che già apparteneva ad Andrea Caccese prima di diventare Nowhere.

L’apertura in chiaro scuro di Follow chiarisce subito il tono della confidenza, «There’s a storm wherever I go…», un arpeggio indeciso di chitarra segna il passo delicato e contemplativo, crescendo con una progressione paziente che non vuole esplodere d’irruenza, ma rilasciare dolci endorfine di celeste malinconia che toccano l’apice emozionale nel verso finale «Just come a little closer  / Can’t you hear the sound …» nel quale cori in penombra colorano un’armonia languida sottolineata dall’eco diluito delle tastiere. Il lato B ospita Gone, un brano altrettanto sospeso ed etereo che pressoché segue la struttura compositiva del precedente: l’arpeggio della sei corde si fa più presente, mentre un ritornello più volte ripetuto, fa capolino con magnifica intensità «When we’re alone and the lights are out» scaldando il cuore con una bella sensazione, anche quando si è lontani da casa.

Il progetto Nowhere delinea perfettamente quel senso d’abbandono che nell’ideologia del viaggio spesso si trascura, gli arrangiamenti sono puntuali e delicati, supportati dall’interpretazione sinceramente sentita ed emozionante di Andrea Caccese, che preferisce non dilungarsi in troppe parole, virando deciso sull’essenzialità ed un certo piacevole ermetismo. Se uno degli obiettivi di Follow era quello di emozionare, allora Andrea Caccese c’è sicuramente riuscito…

Nowhere facebook
Nowhere bandcamp
Andrea Caccese tumblr

recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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Senza Fare Rumore – Sylvia

Questo disco contiene il profumo del mio giardino d’infanzia, lo scricchiolio del pianoforte
della casa dove sono nata, il tonfo del vuoto e della perdita. Sembrerebbe un mucchietto
di buio pieno di silenzi, eppure è il luogo migliore dove rifugiarmi

Ho deciso di aprire con queste parole di Silvia Tofani (alias Sylvia) proprio perché mi sembrano talmente chiare nel descrivere Senza Fare Rumore (INRI), da oscurare qualsiasi altra mia sciocca presentazione. La sensibilità e il tocco sottile della musica di Sylvia, hanno qualcosa di davvero delicato e magico, tanto da riuscire ad immaginare quel rifugio (perché ognuno di noi ne ha uno) nel quale scaldarsi e tenersi stretti a volte diventa una necessità.

Ho dei buchi nella tasche, ma ti giuro non ti perderò: Fotografa e buona scrittrice di sensazioni, Sylvia esordisce nel 2012, ma è con Senza Fare Rumore e quel misto di elettronica e poesia che si fa notare come una delle uscite più interessanti ed emozionanti di questo 2016. Otto brani sospesi tra archi rarefatti e beat digitali, mentre il gioco delle voci e dei cori scivolano via come brividi freddi lungo la schiena: una livida passione endemica per curare e lenire le ferite dell’anima. Tuttavia, è un disco intitolato alla dolcezza ed all’intransigenza del silenzio, cercato e riprodotto attraverso una sospensione sonora ed a una tensione liquida diluita in litri e litri di lucida malinconia. Lo chiamerebbero dream-pop dall’altra parte dell’oceano, e tuttavia sarebbe improprio, poiché Sylvia non è solo echi e ritardi, suoni cristallini ed acuti sommessi: è viscerale femminilità ed un senso del dettaglio sorprendente ad innalzare questo disco i tanti (forse troppi) esperimenti elettro-pop emozionali.

Sylvia - Senza Fare RumoreNon mi venite a dire che la luce è sempre docile: La voce di Sylvia è forse l’atto più appariscente ed il primo che accende l’attenzione, sarà per quel suo modulare le parole in modo da renderle quasi sospese e singhiozzanti, mentre una nenia talvolta acida, talvolta benevola, incombe come sonori nembi scarlatti sopra le nostre teste. Una capacità di rendere la musica traballante, quasi fragile, a confondere l’ascoltatore, che tuttavia si trova dinanzi a testi forti e parole che respirano vita; eppure il risultato finale è un atto di estrema dolcezza, solitudine e lieve nostalgia: l’encomio tacito al silenzio.
Si Ck è un brano attraente e rivelatore (registrato nel 2015, uno dei primi per questo disco) complice anche quel rincorrersi di cori diluiti e sospesi che si ripetono ossessivamente come una sorta di mantra. La musica mantiene un lieve contorno, quasi a non voler infettare la tetra sacralità di un brano che seppellisce il passato, ma che forse per davvero non lo fa mai, amplificando quel senso di smarrimento che i cori portano come un vento sottile e gelido. Pozzanghera è il secondo singolo estratto e mostra una teatralità sinistra evidenziata dagli archi lontanissimi che si scontrano con battiti di mani e algidi beat digitali, mentre l’uso dei cori lavora sottopelle a sporcare quelle atmosfere liquide dettate dagli effetti di contorno. La ricercatezza è sicuramente un fiore all’occhiello di una produzione pulita e curiosa di sperimentare giusti gradi di minimalismo musicale, una squadra che, oltre a Sylvia, ha in Francesco Fabris e Sandro Mussida due assi importanti.

Rintocca un pianoforte in Sotto il Cielo, e sembra davvero pioggia quella che cade dalle labbra di Sylvia mentre “Volare Sorgere Solo per me” vengono ripetuti con una delicatezza da preghiera sincera; in Luce invece i bordi si fanno più ispidi, complice un’elettronica tribale, ruvida e gutturale che asseconda il senso di vuoto che il brano propaga. Eppure le liriche parlano di una rinascita spirituale, che non risparmia dolori e bruciature, ma che nel finale s’elevano per davvero verso l’alto, librandosi sofficemente in volo grazie a synth angelici e veggenti.
L’apertura di Mela F non si toglie di dosso una certa tensione nervosa (quasi stanca e volitiva), ma che canta una languida dicotomia tra forza e debolezza, mentre le dinamiche sembrano intonare una danse macabre di dantesca memoria. Quasi Agosto semina lungo il percorso domande davvero difficili da spiegare (“È follia rimanere da soli pensando che sia normale?“), ma che in realtà fanno parte del nostro quotidiano nascosto, la solitudine viene trattata come un’amica sincera, sapendo benissimo che è da lì che si propaga sia il dolore che la cura; bellissimo il finale nel quale la sospensione elettronica regala raggelanti emozioni.

Ho imbrattato le mura con una lacrima: Da Me si confida come una filastrocca malinconica sulla lontananza e la distanza, la cui sincerità è disarmante quanto intrisa di lacrime che per davvero hanno rigato il viso; finale ermetico con il verso “Cade Senza Fare Rumore Tutto Intorno Muore” con quale vive e prospera Insonnia, svelando in poche parole il senso dell’intero album e di un bel pezzetto di vita.
Senza Fare Rumore è un disco sincero e delicato, che viene interpretato con il coraggio di chi non vuole nascondersi dietro facili emozioni. Lividi, lacrime e paure sono vere e tangibili, in un inno verso il silenzio che non aveva mai assunto sfumature così emozionanti e pure.

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recensito da Bambolaclara
BambolaClara heartofglass

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I Barbari (ep) – I Barbari

I Barbari di Mantova sono quattro bravi ragazzi in fondo, che mimano un hard ‘n’ blues molto solido, fin quasi troppo vissuto e sudato da sembrare vero, forse più adatto per gli orecchi d’oltreoceano che per quelli italici, costipati oramai dall’hipsteria cantautorale. Formatisi nel 2014, trovano quest’anno la giusta amalgama per esordire con l’omonimo ep di quattro corrosive tracce, che prendono un po’ dalle influenze di ciascun componente. E se i membri fondatori Andrea Colcera (voce)  e Mattia Portioli (percussioni) prediligono il rock blueseggiante fine sixties, la chitarra di Simone Moratti ed il basso di Michele Dal Forno toccano indiscriminatamente le rive del progressive più arguto fino alle meccaniche rumorose dei primi anni novanta. Appare dunque difficile mescolare tanti e variegati stili, eppure il solo cantare in italiano pulisce decisamente qualsiasi retorica, tuonando power-chords e riff blues potenti sorretti da una sezione ritmica decisamente dinamica, con qualche licenza d’improvvisazione ispirata.

Il suono complessivo fa tornare alla memoria le trucide distorsioni ed il passo maculato del southern rock americano, tuttavia non c’è la leziosa ricerca tecnica che a volte contraddistingue lo stile. Anzi, questa viene barattata intelligentemente con un’energia istintiva e preziosa per stenderci sopra liriche piuttosto chiare, nel quale pezzi di vita e fugaci episodi non hanno bisogno di metafore o di intricate allusioni. I Barbari mantengono la coerenza di un linguaggio diretto, al massimo semplicistico se paragonato ai voli pindarici dell’indie più radical-chic, ma questa è la splendida dote della provincia, che il quartetto porta, forse inconsciamente, sul palco con orgoglio.

I Barbari - I Barbari L’attacco iniziale di chitarra ed i primi secondi de Il Riscatto, ricordano i timidi tentativi glam-rock di Stone Gossard (Stardog Champion?), ma è fugace refuso spazzato presto via da una ritmica viscida e vagabonda, mentre il cantato roco e ruvido è deciso e senza tentennamenti, per un brano che racconta quell’esigenza di scappare più che dalla provincia, dalle persone che la abitano e che l’hanno resa così insopportabile. Fantasticitrenta diventa l’inno scanzonato on-the-road per il raggiungimento di quella che, in quest’epoca malata, sembra diventata quasi la maggiore età; il passo è felino verso un hard ‘n’ blues graffiante, che paga lo scotto di un qualcosa di troppo scontato, ma che ha la qualità di rilasciare buone vibrazioni grazie a quel sapore anacronistico vagamente seventies.
Consigli prosegue la strada di un rock vibrante e compresso, mentre le liriche velatamente accusatorie (come per tutto l’ep) fanno riferimento a critiche ed incomprensioni ricevute, come quasi a voler ribattere colpo su colpo in musica le accuse privatamente ricevute: il carattere personale del disco tuttavia non isola l’ascoltatore a semplice terzo incomodo, che può in alcune scene ritrovarcisi con facilità. Chiudo con Specchio, il brano più strutturato e complesso fin qui ascoltato; i ritmi rallentano mentre riecheggia un riff ossessivo di chitarra, capace di cambiare pelle e dinamica sul più bello (vedasi l’assolo nella seconda metà del brano), mantenendo sempre alta la tensione e probabilmente delineando una via da seguire per il futuro.

I Barbari ed questo omonimo ep non creano nulla di nuovo (e tanto meno ne hanno l’intenzione), anzi cercano di rimarcare la loro passione rock, quella che scorre dentro le vene da sempre e che non ha bisogno dell’elettronica spiccia per essere appetibile ed alla moda. Un disco di presentazione ben arrangiato, al quale vanno forse limate e personalizzate alcune soluzioni troppo “di genere”, tuttavia i buoni echi di chitarra ed una sezione ritmica sempre pronta ai cambi di tempo possono davvero fare la differenza … non solo in provincia!

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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