nov
20
Etichetta: Elektra Records
Prodotto da: Bruce Botnick, The Doors
Assolto parzialmente dalle accuse di atti osceni, Morrison raccoglie gli ultimi pezzi della sua carriera dedicandosi alla poesia. I Doors ormai sono al capolinea. Come se non bastasse i gravi problemi di alcoolismo di Morrison, lo trasformano da uno sciamano edonista ad un ubriacone perdigiorno. Inoltre le tragiche vicende di Hendrix e di Janis Joplin, lo portano ad affermare in maniera macabra ad amici: «State bevendo con il numero 3. Esatto. Il numero 3.»
Le vendite delle opere poetiche di Morrison, ‘The Lords and The New Creatures’ e ‘An American Prayer’ procedevano discretamente, ma agli occhi di tutti Jim Morrison era la rockstar, non il poeta affabile in cui lui si immedesimava.
L.A. Woman nasce sotto una coltre di depressione poetica visibile nelle liriche di Morrison, che vive da bluesman, visibilmente ingrassato con barba e capelli lunghi poco curati. La fortuna probabilmente, è che Paul Rothchild decide di non produrre il nuovo disco ritenendolo lontano dallo stile consueto dei Doors; quindi il testimone passa al suo vice, Botnick che lascia la band libera di creare.
L.A. Woman è un disco che nessuno prima dei Doors aveva provato a registrare. Un blues secco, spinoso, senza compromessi, tragico e allo stesso tempo denso di una malata ispirazione. È l’emblema della condizione di Morrison, sempre più malconcio e ostaggio dei propri fantasmi.
Ad arricchire la sezione ritmica ci pensano il bassista Jerry Scheff (già con Elvis) e il chitarrista ritmico Mark Benno. E le prime note di Changeling mostrano subito la nuova direzione presa: se la confrontate con le hits d’esordio rimarrete alquanto disorientati.
Love Her Madly è una delle più ispirate liriche con tracce di onirismo beat. Il ritmo è incalzante e la casa discografica opta perché diventi il primo singolo. Si prosegue con altri blues più o meno efficaci, come Been Down so Long, tratto da un romanzo di Richard Farina, o Crawling King Snake, pezzo teso e freddo cantato con voce viscida e impastata. Spazio anche per il recupero di L’America, pezzo scartato qualche anno prima da Michelangelo Antonioni per il suo controverso Zabriske Point.
Ciò che fa grande L.A. Woman sono tre tracce in particolare. The WASP (Texas Radio and the Big Beat), elegia orgasmica e succosamente beatnik, con perle poetiche di impressionante valore ancora oggi:
«The Negroes in the forest brightly feathered.
They are saying, ‘Forget the night.
Live with us in forests of azure.
Out here on the perimeter there are no stars
Out here we is stoned – immaculate’»
La title-track, è un viaggio on the road per la fantastica L.A., in cui Morrison si racconta con la consueta maschera di versi visionari e densi di immagini: gli ‘Hollywood bungalows’, oppure i topless bar o le strade polverose del deserto o delle spiagge. E poi questa donna misteriosa: « Are you a lucky little lady in The City of Light, or just another lost angel …City of Night».
Il picco si tocca quando Krieger e Manzarek preparano il terreno per l’estasi finale in cui fa capolino Mr. Mojo Risin’ (brillante anagramma di Jim Morrison), in un incalzante e delirante crescendo che reca in ugual misura raggelanti e torridi brividi corporei, seducendo l’ascoltatore nella parte finale di L.A. Woman.
L’album si chiude con la malinconica e viscerale Riders on the Storm. Una tempestosa melodia da cocktail-bar, che lascia pian piano spazio ad un blues leggero e narcotico, in cui Morrison canta di un ‘killer on the road’, sicuramente ispirato a The Hitchhiker, un copione scritto dal cantante in cui si parla appunto di un killer autostoppista nel deserto del Sudovest. Una sorta di Easy Rider mal riuscito.
Quando l’album esce negli States Jim Morrison è già a Parigi. E l’epilogo è già scritto. Il gruppo non è sciolto ma poco ci manca.
Nel luglio del 1971 se ne va anche il numero 3: James Douglas Morrison. I misteri che si susseguono sulla morte del cantante-poeta, alimentano tiepidamene l’interesse per il resto dei Doors, che tuttavia continuano come trio: falliscono in maniera prevedibile e si sciolgono definitivamente poco dopo.
L.A. Woman è l’ultimo album in studio dei Doors. Un disco geniale e ispirato, colmo di enfasi e di passione malata.
Il canto del cigno. E che canto, un canto decisamente blues !
recensito da Poisonheart

nov
17
Etichetta: Track Records
Prodotto da: Chas Chandler
Registrato a: Olympic Studios; Londra
Registrato nell’estate del 1967 ma fatto uscire solo sei mesi dopo, Axis: Bold as Love è il secondo capitolo lisergico della Jimi Hendrix Experience. Un lavoro più elaborato e complesso del precedente e fortunatissimo Are you Experienced?, offrendo ottime innovazioni sul campo della registrazione in studio. Hendrix cambia armonia, accordando la sua Stratocaster mezzo tono in meno, inoltre sperimenta con successo lo leslie speaker, confezionando un disco decisamente più sognante e rarefatto con sonorità acide ed artificiali.
Travagliata, tuttavia, fu la realizzazione del disco, specialmente quando, a lavoro compiuto, Hendrix perse i masters definitivi destinati alla stampa. Cosicché si dovette tornare in studio per il ri-missaggio del disco, con una notevole perdita di qualità rispetto all’originale, almeno secondo l’opinione di Hendrix. Senza dimenticare che in fase di art-work fu commesso un grossolano errore. La copertina ritrae Hendrix, Mitchell e Redding come delle divinità indiane, in uno sfondo tipicamente psichedelico e palesemente in linea con lo stile dell’epoca. Ahimè, Hendrix intendeva celebrare le origini materne da indiano pellerossa; il quiproquo è quindi facilmente spiegabile.
Dal punto di vista artistico, Axis: Bold as Love, non è solo la celebrazione del flower power, ma di un percorso di ricerca e sperimentazione che spesso non viene colto. Se il debutto era costellato di numerose hits e fortunati singoli, quest’ultimo lavoro è decisamente più completo e organico.
Spanish Castle Magic prende il nome da una sala da ballo in cui Hendrix ebbe l’idea (o la visione) della canzone. Con un testo tipicamente hippy: «If we travel by my uh, dragon-fly /No its not in Spain» il brano suona fresco e movimentato, con una spiccata punta di funky. La stessa che si trova chiaramente in Wait Until Tomorrow, con tanto di voci in background.
Little Wing è il miglior brano del lato A. Con un prolungato riff iniziale, in cui Hendrix si diletta in una calda jam elettrica, correlata da liriche magiche e colorate, con qualche traccia malinconica, stemperata con veloci rullate della batteria. If 6 was 9 è a tutti gli effetti un brano in cui lo leslie speaker viene abusato. Nevrotica e tormentata da allucinogeni chiude ottimamente il lato.
Se You got me Floatin’ risveglia un rock ‘n’ roll alla vecchia maniera, Castles Made of Sand ritorna nella via maestra dell’lp, in cui le atmosfere lisergiche e rarefatte la fanno da padrona. She’s so Fine è il contributo artistico e compositivo di Redding, molto vicino alle sonorità inglesi anni ’60, specialmente agli Who. Bold as Love chiude il disco con una sferzata delle migliori. Blues e rock suonati divinamente da Hendrix, segnano un piccolo inno pacifista e una ventata di serena tranquillità: «And all these emotions of mine keep holding me from, eh / Giving my life to a rainbow like you / But, Im eh , yeah, Im bold as love».
Axis: Bold as Love segna quella che è l’epoca d’oro di Hendrix e della sua band. Anche se non particolarmente ricco di hits, è un lavoro che amalgama quanto di buono e magnifico hanno saputo fare questi 3 musicisti, senza dimenticare che la consacrazione definitiva la ottennero sui palchi dei grandi concerti e festival di quell’irripetibile estate dell’amore.
recensito da Poisonheart

nov
11
Etichetta: Decca Records
Prodotto da: Johnny Miller
Registrato a: Olympic Studios, Londra
Il 1969 si rivelerà per gli Stones un anno particolarmente intenso. E nero.
Brian Jones sempre più ai confini della band, viene liquidato da Jagger & Co. nel giugno dello stesso anno. Tuttavia partecipa molto sporadicamente alle registrazioni di Let it Bleed. Il 3 luglio, mentre il resto del gruppo è ancora in studio, il corpo di Brian Jones viene ritrovato galleggiante nella sua piscina ad Hartfield.
Lo shock è decisamente enorme. E la notizia fa il giro del mondo. Paradossalmente la tragica morte di Jones sarà solo la prima di tante che investiranno il mondo del rock giovanile (Hendrix, Joplin e Morrison).
I sogni della generazione dei fiori stanno per finire. E’ solo questione di tempo.
La conferma arriva il 6 dicembre del 1969 ad Altamont vicino San Francisco. L’occasione è un festival in stile Woodstock, nel quale in un solo giorno, Rolling Stones, Jefferson Airplane, Santana, Grateful Dead e altri, si esibiscono gratuitamente. Arruolati come servizio di sicurezza i poco rassicuranti Hell’s Angels, noti per essere particolarmente violenti e facili alla rissa. Le cose precipitano.
Mick Jagger si prende un pugno in faccia appena sceso dall’elicottero, e dopo un bel ritardo gli Stones si esibiscono finalmente sul palco, infiammando ancora di più il clima bollente. Meredith Hunter sale tristemente alle cronache. Durante Under my Thumb, il ragazzo di colore viene accoltellato da un Hell’s Angel. E i sogni s’infrangono. Solo dopo si saprà che Hunter brandiva in mano un arma da fuoco.
Gimme Shelter suonerà sinistramente come una beffa, nei versi «War, children, it’s just a shot away / It’s just a shot away». Let it Bleed infatti era già nei negozi nel dicembre 1969, quindi niente di premeditato. Anzi, la canzone ha un chiaro significato contro la guerra con un retrogusto lievemente apocalittico, Vietnam docet.
« The floods is threat’ning
My very life today
Gimme, gimme shelter
Or I’m gonna fade away»
E’ il brano di punta del disco. Pungente e raffinato allo stesso tempo: dai lampi di genio di Richards ai cori caldi e soul di Merry Clayton.
Love in Vain è l’immancabile omaggio a Robert Johnson. Una cover ben eseguita da dei “bianchi”; questo in fondo viene da pensare. Manca tuttavia il calore dell’originale ma questo è ovvio, nonostante il mandolino di un certo Ry Cooder.
Live with me è il contributo di Mike Taylor alla causa Stones. Il chitarrista è il sostituto ufficiale di Brian Jones e in questo brano decisamente r’n’b si può apprezzare una grande varietà sonora, grazie anche al sax suonato da Bobby Keys.
La tittle-track, chiude il lato, ed è un classico della discografia della band. Parte con il piano suonato Ian Stewart che accompagna le scorribande rock di Richards e Wyman; eppure sembra quasi un brano da saloon, scanzonato ma potente. Dissipato da numerosi riferimenti a droghe e sesso da «She said, “My breasts, they will always be open / Baby, you can rest your weary head right on me » sino « When you drunk my health in scented jasmine tea» fu accantonato come possibile singolo. Curiosamente Let it Bleed fu ritenuta una sorta di parodia tagliente verso i Beatles con la loro Let it Be. L’assonanza è palese.
Nel lato B si può apprezzare l’esiguo contributo di Jones, in Midnight Rambler e nella leggera come etere You got the Silver in cui suona l’esotica autoharp, (l’arpa con i tasti, volgarmente parlando).
A dare senso al lato ci pensa You can’t always get what you want. I cori della London Bach spruzzano delicatamente un aura solenne al brano, che parte piano pian acustico con la sola voce di Jagger. Poi esplode in un mezzo gospel, in cui Al Kooper si esibisce al piano. Ricco di sonorità il brano è completo a tuttotondo, con le percussioni caraibiche suonate da Rocky Dijon.
Una conclusione maestosa per un album maestoso, quindi. Let it Bleed è il lavoro più omogeneo, in cui il produttore Miller si esalta in tutta la sua abilità. Gli Stones non vengono snaturati, nonostante i tantissimi ospiti, anche illustri; inoltre Mick Taylor esordisce bene e supera l’esame entrando di diritto nella famiglia Stones. Senza dimenticare la geniale cover del disco, che non è certo seconda rispetto alle copertine marchiate Beatles.
Merita di comparire tra i migliori album di tutti i tempi, ed è una delle perle della fine degli anni ’60: nonostante quel 1969 sia stato nero !
recensito da Poisonheart
