nov
6
Etichetta: Cherry Red Records (UK), Faulty Products (USA)
Prodotto da: East Bay Ray
Registrato a: Mobius Music, San Francisco
I Dead Kennedys, in tutto lo scenario punk hardcore e non solo, sono stati la band più lucida e altrettanto spietata nel compiere una massiccia sollevazione e rivolta giovanile. L’intento primario, sottolineato in liriche ciniche e gelide, era di demolire e violentare una società americana manesca e corrota, dissacrandone i falsi miti del sogno nazionale, mettendo alla berlina i simboli di potere, senza compromessi. Un modo di combattere aggressivo e non solo musicale, con Jello Biafra personaggio irriverente, sadico ma sorprendentemente acuto ed un intelligente provocatore, attivo anche in campo giornalistico, poetico e persino politico (ottenne quasi 7000 voti per la poltrona di sindaco di San Francisco). Una delle figure centrali del movimento hardcore californiano, e una band, baluardo coraggioso di una rivolta giovanile vera e con ideali concreti, che ad oggi dovrebbe far tremare di vergogna i cosiddetti no-global o spiriti affini.
Formatisi nel 1978 dal chitarrista East Bay Ray e da Jello Biafra, con cui condivideva una passione per il punk inglese marchiato Damned e Sex Pistols, si fanno notare per l’aggressività dei testi rivolti spesso a tematiche sociali. Parallelamente all’attività della band (completati da Klaus Flouride e dal batterista noto come Ted), i due fondano l’etichetta Alternative Tentacles che negli anni ’80 fungerà da trampolino di lancio per molte band di San Francisco.
Il 1980 è l’anno del capolavoro Fresh Fruit for Rotting Vegetables, dalle sonorità spigolose ed avvolgenti che strizzano l’occhio al punk britannico. Un lavoro sostanzialmente maturo nonostante sia l’esordio.
Le liriche acide e controcorrente di Biafra affrontano temi vicini (come la situazione di San Francisco negli anni ’80) sia temi di interesse internazionale (la povertà e l’oppressione, il Terzo Mondo, il pericolo atomico), con una genialità unica nel suo genere. Inno per eccellenza è il singolo datato 1979, California Über Alles, che fa il verso all’inno nazionale tedesco. Il nemico giurato di Jello Biafra è il governatore della California, Jerry Brown, definito un “hippie fascista che incarnava tutto ciò che di marcio c’era nella cosiddetta generazione baby-boom”. In maniera grottesca il Governatore viene rappresentato come un gerarca nazista intento a pronunciare il suo discorso alle masse: geniale la copertina del singolo edito dalla stessa Alternative Tentacles.
I versi di Biafra sono come bruciature di sigaretta, Kill the Poor che apre il disco ne è un esempio. La chiave di lettura suggerita porta alla distruzione che può causare una bomba al neutrone, mezzo, secondo il gruppo, usato dai ricchi per radere al suolo la “concorrenza”, ossia le poche cose della cosiddetta povera gente.
Un nichilismo socialmente utile e una capacità di evocare immagini crude ma efficaci per il fine che i Dead Kennedys si sono posti. Let’s Lynch the Landlord mette i brividi nei suoi scarni 2 minuti: «Turn the oven on, it smells like Dachau, yeah / Til the rain pours thru the ceiling».
La chiamata alle armi arriva con Forward to Death impossibile da tacere, con un lacerante «I don’t need this fucking world», una spinta propulsiva e sotto un certo aspetto propositiva, che nel punk del no-future ’77 sarebbe stata inconcepibile.
Dissacrante ed esplosiva è Chemical Warfare, in cui Biafra immagina di “sterminare” i membri altolocati di un country club. Le immagini sono nitide e semplici, tuttavia il loro impatto è devastante, complice un hardcore ben strutturato, potente alla batteria e variopinto alla chitarra. Il motivetto centrale da circo ritrae alla perfezione la maniacale visione del gruppo verso certe tematiche. Humor nero, in fondo.
Altra perla amara è Holiday in Cambodia un satirico confronto tra l’America di Reagan e la Cambogia di Pol Pot; apertamente critici con entrambi, i Dead Kennedys creano una musica densa di tensione, l’impressione è di stare nelle oscure foreste cambogiane, con chitarra e basso che dettano un tempo claustrofobico e raggelante.
Per capire bene questo disco è suffciente l’antitesi tra due geniali intuizioni contenute nel disco, I Kill the Children angusta canzone sui killer seriali tristemente famosi negli anni ’80 (di cui molti altri gruppi se ne occuperanno, dai Sonic Youth sino ai Butthole Surfers), e Viva Las Vegas, cover di un successo di Elvis Presley, in cui i Dead Kennedys si cimentano con un rockabilly malato e lacerante.
Buttate via tutti i vostri dischi da 4 soldi targati pop-punk fine anni ‘90: Fresh Fruit for Rotting Vegetables è la piccola bibbia di qualunque amante punk (non solo hardcore) che si rispetti.
recensito da Poisonheart

nov
3
Etichetta: SST Records
Prodotto da: Spot, Black Flag
Registrato a: Unicorn Studios
Una curiosità: i Black Flag furono la prima band hardcore ad uscire regolarmente dalla California per dei tour a dir poco esplosivi. Se questo non vi sembra straordinario, bisogna immedesimarsi in quello che era Los Angeles nei primi anni ’80. Una città abusata dal potere delle autorità politiche, in cui le urla di piccole band spesso autoprodotte, cercavano di sovvertire l’ordine facendo sentire la propria voce, sputando liriche velenose con ritmi veloci e rutilanti. Le illusioni degli anni ’70 avevano prodotto una generazione sfinita dalla realtà: era ora di cambiare questo, e Greg Ginn fondatore dei Black Flag lo aveva capito benissimo.
Dapprima fondò la SST Records, che diventerà la label per eccellenza delle band alternative e hardcore del paese, e dopo aver cambiato spesso line-up, trovò in Henry Rollins un magnifico portavoce in grado di lanciare messaggi credibili e autentici. Coadiuvati dalla seconda chitarra di Dez Cadena, dal basso di Chuck Dukowski (cofondatore della SST nonché successivamente brillante manager) e dalla batteria del potente Robo.
In questo clima esce un disco fondamentale per la scena hardcore, un gioiello come Damaged intriso di furore isterico, che catapulta l’ascoltatore in un terremoto sonoro rabbioso ma lucido nella sostanza.
Diffidenti verso le autorità di polizia, che per altro perseguitarono spesso la band, Rise Above scaglia con veemenza messaggi carichi di significato che preannunciano una vera e propria chiamata alle armi. «We are tired of your abuse / Try to stop us it’s no use » funge da coro di incitamento per il pubblico, pronti alla battaglia i Black Flag scelgono un sound corrosivo ma ragionato.
Tagliente l’intro di basso di Dukowski in Six Pack, che fa salire un adrenalina che esplode solo nel chorus successivo: abrasivi, pungenti, maniacali. Se un paragone è accettato, almeno nei messaggi lanciati, a volte ricordano gli esplosivi MC5 di Detroit. Impegnati o piuttosto (dis)impegnati dalle utopie conservatrici che attanagliavano il paese (Reagan saliva alla Casa Bianca), i Black Flag riuscirono ad anticipare i tempi, scatenando una sovversione più ideale che pratica, ma che fu da base per le generazioni che si affacciavano alla musica indipendente. Police Story penetra fino al midollo e lascia impietriti dalla potenza espressa, come Thirsty and Miserable, ove la velocità non è l’unica prerogativa, le ruggenti chitarre di Ginn e Cadena urlano quanto la voce di Rollins.
Nei canoni classici dell’hardcore ironico e pungente è T.V. Party, meno densa di rabbia delle precedenti e più cinicamente orecchiabile (passatemi il termine), «We’ve got nothing better to do / Than watch T.V. and have a couple of brews». Apparentemente spensierata la mescalinica Gimme Gimme Gimme, uno scossone di meno di 2 minuti che non ha paragoni. Immaginatevi di essere nella bocca di un cannone, pronti per sparati via: la sensazione è la stessa. Sommersa No More, dopo un soliloquio di basso e batteria esplode alla maniera di Rollins. Non trascurabili le versioni di Damaged I e II, ricolme d’odio pulsante nelle vene e nelle corde vocali.
La MCA dapprima si era mossa distribuire Damaged, salvo poi tirarsi indietro a causa del tono sovversivo del disco (si sa le major son tutte uguali!). Scherzosamente i Black Flag suggerirono con uno sticker in copertina, la loro ironica risposta: «come genitore, trovo che questo sia un disco contro i genitori».
Fondamentali per la successiva generazione musicale, la band esprime in 15 tracce l’anima hardcore come nessuno prima d’ora. Ogni autorità è messa in discussione dai Black Flag … attenti mamma e papà !!!
recensito da Poisonheart

ott
31
Etichetta: Slash Records
Prodotto da: Geza X, Joan Jett, Jack Nitzsche, Chris Ashford
Vivi in fretta, muori giovane. Un titolo o piuttosto uno stile di vita sin troppo seguito nel panorama musicale. Se il punk britannico ebbe il suo martire sgangherato in un bassista poco dotato, Sid Vicious; l’ancora neonato punk hardcore losangeliano lo ebbe nel giovanissimo Darby Crash.
La storia del punk hardcore è necessariamente legata a quella del punk ’77. Se nei primi anni ’80 quello che rimaneva del punk erano solo le spille da balia scassate e qualche giubboto in pelle sbiadito, il tutto soppiantato dalla “new wave” inglese o dalla minore “no wave” newyorkese; alcuni giovani adolescenti colsero l’energia primordiale e la scagliarono con tutta forza in liriche velenose a velocità supersoniche. Il punk hardcore si sviluppa a macchie in tutti gli USA, scene sotterranee e apparentemente silenziose, tuttavia quella californiana fu la più significativa, grazie a gruppi come i potenti Black Flag o i geniali Dead Kennedys, o ancora i deliranti Germs di Darby Crash.
Un leader non troppo leader. Più autodistruttivo che carismatico, accompagnato dall’ottimo Pat Smear (diec’anni dopo seconda chitarra dei Nirvana), dalla avveniente Lorna Doom al basso e dall’assatanato batterista Don Bolles. Il primo singolo Forming/Sexboy è datato 1977 e mostra tutti gli ingredienti essenziali del punk più genuino. Acerbi ma pungenti.
«Rip them down, hold them up
Tell me them that, I’m your gun
Pull my tigger, I am bigger than …»
E’ il chorus della pungente Forming, versi brevi, sputati con rabbia, taglienti come lame. Ironici e crudi allo stesso tempo. Il primo singolo edito dalla What? Records porta la seguente avvertenza:“Warning: This record causes ear cancer“. Un monito lucido e cinico. Un monito punk !
Un ulteriore conferma con l’ep Lexicon Devil, in cui l’omonima canzone è un concentrato di energia che non ha eguali, con Crash che sembra letteralmente posseduto: «I’m a lexicon devil with a battered brain». Sprezzante e piena di pathos marcio.
Un punk che ad ogni modo rientra ancora nei canoni dell’epoca. Solo con il primo vero e proprio album (GI) ossia Germs Incognito, si scatena tutta la forza del gruppo. Le esibizioni dal vivo sono assolutamente pazzesche, come condensare in uno spettacolo solo rabbia, energia, euforia: solo chi ha visto può giudicare. Tuttavia da qualche raro contributo video o semplicemente nell’ascolto dei successivi brani si ha la conferma di questa sensazione di assoluta energia. Manimal. Appellativo dato a Darby Crash a causa della sua irruenza sul palco. Un vero e proprio animale selvaggio che propone musica selvaggia ma metropolitana. Con tutte le sue contraddizioni, assorbe lo smarrimento di un intera generazione, troppo giovane per i sussulti hyppie, ma crudelmente vissuta in fretta. We must Bleed diventa un inno impossibile da dimenticare, che racchiude una verità inquietante ma assoluta per i giovani americani della Western Coast.
La buona tecnica di Smear consente ai Germs di attingere ad un repertorio mai omologato e univoco. La velocità dei brani rimane essenziale come l’incisività dei testi di Crash, ma dal piano prettamente musicale non si può ignorare un progetto organico e ben strutturato. Richie Dagger’s Crime è il rigurgito hardcore più completo: graffiante la chitarra di Smear sulle linee di basso di Lorna Doom, ma la violenza maggiore la propone la martoriata batteria di Bolles. Essenziali nel messaggio le sintetiche Manimal e Our Way (piccoli classici da appena 2 minuti), mentre Shut Down (Annihilation Man) è il brano più complesso e lungo della band, in cui Crash sembra un predicatore isterico che sputa le sue liriche putrefatte e disperate.
Caught in my Eye esce postumo nel Ep del 1981 What we do is Secret (sempre prodotto da Joan Jett) e conferma tutte le qualità della band e se possibile intensifica la spasmodica esplosione di un hardcore geniale. Da citare l’ultima esperienza come Germs nella colonna sonora del film Cruising (controverso thriller con Al Pacino) nel quale compare confulsa Lions Share.
Darby Crash scioglie i Germs nel 1980, e il 7 dicembre viene stroncato da un overdose di eroina. Una morte silenziosa e oscurata da quella, paradossalmente avvenuta il giorno seguente, di John Lennon.
(MIA) The Complete Anthology racchiude tutta la carriera dei Germs e rimane il disco più “facilmente” reperibile (quasi introvabili gli esordi in 7 pollici) di una band che fece sentire la sua voce a suon di urla e di riff velocissimi. Una band costretta a sanguinare. Crash aveva ragione !
recensito da Poisonheart
