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"SoundRise": recensioni Band Emergenti
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Too Many Humans – Lo Sciame

Difficile trovare nel Belpaese fauna alternativa che biascica ancora virulenti feedback e ruvide trame di sei corde grumose ed appiccicose influenzate dal rumore di Seattle di venticinque anni fa e spiccioli. Più raro ancora trovare questa tendenza nel Sud Italia, forse perché siamo troppo abituati (male!) a considerare che siano solo le città del Nord o della Capitale a coltivare sottopelle lo status alternativo ed indipendente. A sfatare questo precario mito ci pensano Lo Sciame, trio batteria-chitarra-basso che da Napoli sferzano con energia un rigurgito alternative-rock rumoroso e fuzzoso, per la felicità di chi le camicie di flanella non le ha mai abbandonate. Too Many Humans è un debutto costruito sull’essenza di quel independent d’avanguardia che per tutti gli anni ottanta ha macinato chilometri su e giù per l’America raccogliendo brevi ma intensi proseliti, ma consegnando alla generazione successiva le basi per la rivoluzione musicale dei primi anni novanta. Oggi questo scenario sembra solo ad esclusiva dei nostalgici della chitarra, poiché le nuove tecnologie digitali calano su qualsiasi produzione limandone le asperità che diec’anni prima rappresentavano un vanto ed un segno di rottura rispetto alla musica mainstream. In un certo senso questo spirito di repulsione agnostica si percepisce nella musica de Lo Sciame, con tonalità spesso baritone che a tratti confinano per affinità con uno stoner sgraziato e potente. Alessio Capraro (chitarra) Raffaella Maisto (basso) ed Alessandro Dura (batteria), tuttavia non sono i nuovi portavoce della teenage-angst italiana in stile Verdena, anzi la loro caratteristica peculiare è proprio quella di prendere le distanze da qualsivoglia influenza indie, preferendo intraprendere un percorso più personale, ed in un certo senso più variopinto. Accanto a brani sbuccia ginocchia si possono apprezzare ballate secche e sublimi, che servono per spezzare al momento giusto la tensione di un disco intenso e ben bilanciato.

Too many humans - Lo SciameCaricate le pistole e portati gli amici, ecco che l’apertura di Axion è qualcosa che irradia buone endorfine, specie per l’ottimo dialogo tra sezione ritmica ed una ruvidezza endemica di una sei corde granitica. Adherences è un brano bagnato ed affogato sulle sponde fangosose del Wishkah River, con una buone dose di dinamismo ed un basso presente e petulante. Se fin qui i dettami grunge vengono rispettati, è con The Swarm che Lo Sciame calca la mano sulle velocità e nell’ostracismo di un post-punk pungente e bellicoso; l’intro lungo è qualcosa di godibilissimo e preannuncia un’evoluzione lucida e ragionata che porta a frequenti capovolgimenti di fronte e di volumi.  Awake è il raggio di luce malinconico e solitario che illumina quelle emozioni nascoste e recidive da manifestarsi; l’andatura più lenta e squillante permette di creare un pathos affabile e canticchiabile, mentre i fraseggi di chitarra si sciolgono come neve al sole. La pausa arrivata al momento giusto consente a Lo Sciame di ripartire con veemenza con Kalòs, proseguendo una strada già delineata all’inizio del disco. Grumi sonori e distorsioni vischiose conducono a Walkman la cui combo baritona spinge fortissimo verso l’alienazione punk77: velocità e capacità di sintesi sembrano essere elementi di cui Lo Sciame non vuole privarsi. Interessante è l’andatura melodica di More (un piccolo gioiello che non t’aspetti!), mostrando un lato della band che potrebbe essere approfondito in futuro: ottimi gli arrangiamenti e il bilanciamento dei volumi.  Si chiude a sorpresa con una lenta litania strumentale costruita su influenze oniriche ed mediterranee: Balkans è l’elemento di disturbo, il neo che non c’entra niente, il difetto meraviglioso che rende ancora più interessante questo esordio.

A discapito della futili apparenze, Too Many Humans, è un lavoro che cela una sensibilità onesta e rediviva, manifestata sotto chili e chili di rumore e feedback. Lo Sciame sa tirare su un bel polverone sonoro, costruendo anche trame più melodiche che non sembrano cedere a nessun compromesso; facendo intravedere anche qualche avanguardia che potrebbe fungere da nuova base per l’evoluzione futura. A tratti, l’impressione è che Lo Sciame non voglia sparare tutte le cartucce a propria disposizione, e questo rende ancora più intrigante il futuro prossimo della band … nice try!

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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Fuori il Blizzard – Baryonyx

Un viaggio temporale apparentemente innocuo, quello del duo Matteo Ceccarini /Antonio Morelli (alias Baryonyx) che dagli esordi di Livorno, in poco meno di diec’anni di carriera, hanno saputo cavalcare prima le onde delle tv commerciali e poi aggredire, con piglio malandrino, la rediviva musica elettronica abbinata al rock radiofonico. Un viatico tra gli opposti, che i Baryonyx stanno vivendo a testa alta, fedeli ad una concezione musicale che parte da emozioni primordiali per poi evolversi in forme e colori piuttosto sperimentali, senza tuttavia scadere nella leziosità e nell’imprevisto celebrale. E sorprendentemente Fuori il Blizzard (GhostRecordLabel) è davvero il primo lp per il duo chitarra-voce, dopo più di un lustro fatto di singoli ed ep; un disco che mette insieme uno yin acustico ed orecchiabile con uno yang spruzzato di beat digitali e sperimentazioni elettroniche. Dicotomie e chiaroscuri che per ciascuna delle otto tracce insinuano emozioni contrastanti nell’ascoltatore, mescolando sapientemente volumi e dinamiche in una sorta di requiem sereno e variopinto. Difficile incastrare la musica dei Baryonyx in uno stile definito, piuttosto sono tanti elementi, dosati talvolta con attenzione e talvolta con vispa imperizia, a conferire al disco una parvenza carnevalesca ed estremamente elastica nella forma e nella sostanza. I testi limpidi e senza troppe metafore di vita, intrappolano un pacato disagio esistenziale, mitigato da armonie che abbracciano l’orecchio con calore e semplicità, in una sorta di resoconto di viaggio di vita.

Baryonyx - Fuori il BlizzardLuci bianche oltre lo Zenit fa presagire ad una discesa agli inferi con vista su di una ballroom luminosa e stroboscopica; nella sua breve ma efficace evoluzione, il brano strumentale fa da incipit a Mondo a Colori e le sue pennate fresche di chitarra che sembrano posticipare la fine dell’estate. Il contrasto deciso si manifesta tra le movenze di una ballata calda e suonata con dinamiche sterili euro-pop, che via via s’aggrovigliano l’una sull’altra, per assumere tinte uniche e rarefatte che s’incastrano alla perfezione in una massa singola, per un brano radiofonicamente valido ed appetibile. Se l’euforia sembra contagiare intero il disco, con Inferno #3 le emozioni assumono una posa non prevista (e tralasciando la citazione forse superflua del terzo canto dantesco dell’Inferno), marcando un industrial minimale fatto di chitarre ruggenti e beat martellanti, eppure ripulito da un cantato cristallino che mantiene salda la struttura sostanzialmente pop del disco. Egosfera dilata leggermente i tempi, aprendosi a sonorità più pulite e nostalgiche, grazie ad lievi archi che stemperano una base digitale per nulla invadente; mentre infatuazioni funk infettano Bonacciale, le cui chitarre ruvide giocano sui cambi di tempo con buona puntualità ed enfasi.
Trilobyte mette una pausa minimale che lascia perlomeno spiazzati, confermando l’intenzione dei Baryonyx di saper giocare con maestria con gli estremi e le contraddizioni: la claustrofobia del brano è ben arrangiata e curata, anticipando all’ascoltatore la migliore parte del disco. La conferma di codesta lenta nostalgia viene con Voce84, che nella sua sottile litania si permette di scomodare qualche influenza techno per accelerarne i ritmi; poi il cerchio si chiude in crescendo con P.P.F. (Passato.Presente.Futuro) come un resoconto finale di un viaggio musicale che corre rapido sulla lama dei contrasti accesi.

Fuori il Blizzard è un lavoro strutturato ed accessibile allo stesso tempo, il buon connubio tra l’enfasi compositiva e l’immediatezza del cantato è indice dell’ottimo pedigree dei Baryonyx, che non vogliono rinunciare alla propria vocazione sperimentale perdendo concretezza nelle liriche. Gli estremi sono confrontati e spogliati delle loro superbie, al servizio di un’armonia di fondo godibile e mai troppo complessa, conferendo al disco tratti leggeri e tutto sommato rilassanti; per il futuro c’è come minimo da aspettarsi un ennesimo cambio di rotta!

 

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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Radice di Due – Palkosceniko al Neon

I Palkosceniko al Neon gli avevamo lasciati nel lontano 2011 con Lucas (leggi recensione), e poi li avevamo dati per dispersi o peggio ancora per dissolti; invece grazie al cielo (e nonostante tutto, sic!) eccoli in questo bisesto anno con un’uscita feroce e matura: Radice di Due è il passo della svolta.
Quasi un mezzo concept-album, che stavolta veste i panni borghesi del raggiungimento di quella maturità tutta trentenne, che si trova dinanzi agli “impegni” inderogabili della famiglia e delle consuetudini di “eh, ma così fan tutti“. Un rigurgito rabbioso, lo stile dei Palkosceniko al Neon non cambia, combo di percussioni e power-chords pesanti al servizio del cantato di Stefano Tarquini lancinante e viscerale, senza peli sulla lingua. Le trame di chitarra (Emanuele Salvatori e Enrico Puliti) sono più profonde ed affinate che in passato, senza tuttavia rinunciare a quell’esplosività endemica che ben si sposa con la sezione ritmica dinamica e sempre sopra le righe di Daniele Antolini e Federico Cinquegrana. La solita repulsione alla prigionia capitalistica e consumistica a cui sono sottoposte le nostre vite, ritrova nuovo slancio alimentandosi di scenari più maturi: dal massacro di spirito durante i giri di orologio del posto di lavoro, agli attriti “edipici” famigliari, passando per quelle incomprensioni (spesso insanabili poiché ricolme d’orgoglio ed egoismo) degli affetti più sinceri, come amore ed amicizia.

Radice di Due - Palkosceniko al NeonL’intensità della carica sovversiva è sempre vigorosa, tuttavia una riflessione più profonda di delinea tra i versi degli undici brani che compongono Radice di Due. L’immediatezza e l’urgenza di comunicare emozioni primitive lasciano lo spazio ad analisi fredde ed incontrovertibili, urlate con la solita spinta e l’immancabile sagacia; in Re Nudo il tappeto musicale è abrasivo, tuttavia i Palkosceniko al Neon si fanno più misteriosi e poetici nella loro invettiva contro i massimi sistemi di controllo. Un lucido pessimismo corre lungo melodie acriliche, una staticità di pensiero che diventa cronica e stagnante, portando inesorabilmente ad un finto appagamento che fa rima con tacita resa. Tempi Moderni e Mangia insieme a Noi, tracciano benissimo questo percorso obbligato, fatto di consuetudini e comportamenti impostati, di tappe da compiere quasi ogni vita fosse uguale ad un’altra, lungo un conformismo da unità di produzione, tanto bieco quanto trito e ritrito. Il prezzo da pagare per la propria libertà di pensiero è l’isolamento, poiché non vi è spazio oltre i canoni di una società e di una cultura immobile ed in opposizione alle voci fuori dal coro. Uno scenario macabro e desolante che trova in Quello che non Voglio una stregua resistenza, una battaglia in trincea dall’esito forse scontato, che colora col bianco e nero delle incomprensioni il ritratto della famiglia italica 2.0. In Radice di Due i Palkosceniko al Neon mostrano qualche bella variante compositiva, facendo duellare le chitarre su livelli differenti, rallentando i ritmi quando necessario, per accelerare subito dopo; in La Paura in Tasca e in Dilinger vengono rimarcati ed accentuati sia il disagio interpersonale verso l’esterno sia quella mancanza di confronto fra le persone.

Otto ore evidenzia la contraddizione di questi tempi globalizzati: o la stagnante routine delle otto ore massacranti e continue per sei o anche sette giorni la settimana, o la mancanza cronica di lavoro senza possibilità di ritorno; in entrambi i casi la vita assume pose ed umori deprimenti e depressivi. In Passo Falso (feat. Diego Pandiscia degli Underdog) l’andamento è feroce ma estremamente dinamico, mimando ad uno stoner modificato geneticamente, mentre nei due minuti e spiccioli di Omicidio si condensano tutte le ultime energie vocali e strumentali dei Palkosceniko al Neon.
Chiudo con la bella Sorella Minore, nel quale i ritmi rallentano e si puliscono dalle tossine delle distorsioni, per brillare di un cinismo decadente e melodico colorato anche dalla voce roca (e piuttosto riconoscibile) di Daniele Coccia de Il Muro del Canto: un bel cambio di rotta, magari da approfondire nel futuro prossimo.
Radice di Due è un bel ritorno per i Palkosceniko al Neon, che mostrano di non aver perso il vizietto del passato di urlarci in faccia tutta la loro alienazione, eppure allo stesso tempo si affacciano anche modi ed approcci meno incazzati e più riflessivi, portando così la band a confrontarsi con soluzioni musicali diverse, interpretate con quella vena rabbiosa che viaggia sempre in direzione ostinata e contraria.

Palkosceniko al Neon bandcamp
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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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The History of Kranens – Biodegradabdrs

(“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me […] Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. […] Il mio cuore sta per franare“); come la mistica danza della busta di plastica in American Beauty, una sorta simile capita a quattro ragazzotti di Reggio Calabria ed a una busta bianca dell’A&O incastrata tra i rami di un albero. L’immagine colpisce particolarmente Marco Bella (voce e chitarra), su cui imbastisce una serie di ragionamenti (alcuni logici, altri presumibilmente no!) che a effetto domino portano a formare una band musicale: i Biodegradabdrs nati dal suono onomatopeico dello stadio di biodegradabilità.
Il resto della band è completato dalle tastiere e dalla chitarra di Paolo De Matteis, dalla sezione ritmica di Alessandro Romeo (basso) e Filippo Occhiuto (percussioni), mimando un carroarmatorock di estrazione indie libertina, nel quale l’ilarità e la provocazione diventano il pane quotidiano di un suonare disinibito, disimpegnato e a tratti pure disinteressato. The History of Kranens è un doppio lp corposo, intriso di varianti e variabili musicali che passano senza troppo pudore dal garage secco ed abrasivo, ad un folk spiccio, senza disdegnare saliscendi rumorosi e colmi di effetti echo e delay. E’ però nei testi che i Biodegradabdrs mostrano il lato oscuro della provocazione, con riferimenti mai e poi mai velati al sesso (di qualsiasi genere e forma!), senza pur tuttavia mostrare volgarità e malizia, ma strappando sempre un sorriso, anche grazie ad immagini puerili nate da un’irrealtà quasi spiazzante. L’arte di sminuire la seriosa trama cantautorale e generazionale viene spontanea ai Biodegradabdrs, come un gesto di ribelle rottura verso quella musica alternativa ruffiana e compiacente, creando un proprio linguaggio ed un personale humour noir, che fa breccia subito agli orecchi più attenti.

THE HISTORY OF KRANENS - BIODEGRADABDRSDifficile addentrarsi in un track-by-track di 18 canzoni distribuite su quattro lati, eppure nelle meccaniche dei Biodegradabdrs, c’è una furbesca sperimentazione nel dilatare alcuni brani, incollando come un puzzle naïf pezzi diversi generi, giocando con volumi e passaggi poco ortodossi, ma facendo intravedere una buona tecnica compositiva, alcune idee davvero spassose. Manca una certa linearità armonica nel passaggio da un brano all’altro, ad esempio dalla ballad secca di Non Bevere l’Acqua Fredda che chiude il primo disco, all’elettro-pop di La Canzone dei Conigli Sospettosi che apre il secondo. L’unico trade d’union è la demenzialità sparsa lungo versi e ritornelli, apparentemente semi-seri e la cui carica solenne viene spazzata via da giochi di parole e riferimenti verso quelle cose che di solito non si cantano. Così ad aprire il disco è la poetica rovesciata alla Manuel Agnelli di Quella in la minore, passando per il chorus orecchiabile di Al Momento non me ne Alimento, un rock rumoroso dalle dinamiche nineties piacevoli, approdando poi al delirio inconcludente e labirintico di The Beduin’s Songs.
Il disco numero due calca più la mano verso la sperimentazione più dissonante che possa esistere, Favo è una creatura nei meandri più oscuri della psiche, mentre Telescopi porta in dote un sapore estivo e radiofonico (“sporcato” dalla solita visione estrema targata Biodegradabdrs), mentre La Malattia è un altro esperimento che ha come base la follia e l’istintività, lasciando l’ascoltatore spiazzato ed indeciso se skippare in avanti al prossimo brano. Perché forse sta proprio tutto qui, nella capacità dell’ascoltatore di immergersi, capire e resistere a nervi scoperti a The History of Kranens: lavoro poco ortodosso e decisamente eclettico, che sfida (sapendo già di perdere!) la musica mainstream a colpi di sagacia e libertà espressiva, ma delineando un divertimento ed una gioia di suonare e cantare che forse manca ad altri, ben più quotati, artisti.
Chiudo con il brano forse racchiude tutta l’esperienza della band, non a caso intitolato Biodegranoibdrs, una nenia di 12 minuti che mette insieme tutta la fantasia e la spregiudicatezza di questi quattro ragazzi che si sono divertiti da matti a suonare e registrare questo selvaggio disco, e che senza più di tanto ammetterlo, ha divertito pure che l’ha appena recensito… grazie, dunque!

 

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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Trenches – Stolen Apple

Poco meno di un’ora d’ascolto per l’esordio adulto dei fiorentini Stolen Apple, che in Trenches (in uscita a settembre per Rock Bottom Records) riescono con facilità ad assemblare un rock dalle diverse sfaccettature e dalle influenze più disparate (dalla quieta psichedelia seventies, al pop-rock tascabile, passando per fraseggi e feedback ruvidi e striscianti), cogliendo in ogni brano le giuste sensazioni ed intelligenti equilibri di volume e dinamica. Dopo un apprendistato nei Nest, le chitarre di Riccardo Dugini e Luca Petrachi decidono di mettere in piedi un progetto più organico e diretto, trovando nelle vibrazioni di batteria e basso, rispettivamente di Alessandro Pagani e di Massimiliano Zaniti, la line-up perfetta per sviluppare il progetto nato sotto il nome di Stolen Apple.

Stolen Apple - Trenches Trenches si sviluppa lungo 12 tracce, ognuna delle quali ha una storia musicale a sé, ma che insieme delineano, con chiarezza e con qualche metafora ben riuscita, quelle “trincee” emotive in cui quotidianamente l’uomo moderno cerca riparo. Sentimenti mangiati da una parte, avanzi di storie d’amore e d’amicizia, valori scoloriti come vecchie polaroid, sembrano alimentate il sottosuolo lirico delle produzioni degli Stolen Apple, che attraverso la disillusione ed un pizzico di amarezza cercano di dare alcune risposte, che avrebbero solo bisogno di un po’ di coraggio per essere svelate. Il tessuto armonico cambia di volta in volta piano d’appoggio, se lo stile ed i manierismi toccano via via tutte le corde possibili, è nei fraseggi/scontri di chitarra e negli arrangiamenti curati che si trova il filo conduttore che lega il primo brano Red Line, una ballata indiavolata e psichedelica 2.0, all’acrilica ed asciutta In The Twilight, ove la lentezza dei ritmi avvolge il brano di una tensione riflessiva e vellutata. Tanti episodi, tante tessere di un puzzle musicale, che se ben allineate danno l’immagine di un presente in bilico tra l’ermetismo dei sentimenti ed il timore endemico nel manifestarli apertamente; Fields of Stone (forse il miglior brano del disco) fissa i dettami per un rock secco e curato, nel quale un finissimo pathos corre pacatamente lungo riff di chitarra quasi baritoni, mentre una sezione ritmica coltiva vibrazioni intestine pronte ad esplodere con intelligenti crunch e feedback ragionati. Gli Stone Apple però sono abili anche nelle suite più prolungate, vedasi nelle dilatazioni di Pavement, nel quale liriche sofferte e passionali (con un grazioso backing vocal di richiamo) si allacciano a progressioni musicali riflessive con sprazzi di ottimo post-rock coltivato all’aria aperta. Quando tuttavia i ritmi salgono, i brani risentono di una ritrovata freschezza, nella dinoccolata Living on Saturday il vizietto di cantare in coro è davvero contagioso, mentre nella desertica Falling Grace, le percussioni accendono un ritmo tribale dalle sfumature selvagge e misteriose. Un certo onirismo fa breccia man mano che ci si avvicina all’epilogo del disco, More Skin passeggia come un sognatore distratto sopra le nuvole, mentre gli accordi aperti e l’armonica nostalgica in Daydream amplificano un’aura cristallina stagnante, evidenziando ottimi arrangiamenti e buone doti di produzione.

Mettere insieme tutte queste influenze a tavolino non poteva essere facile, eppure nella musica degli Stolen Apple tutto scorre naturale e limpido, senza alcuna forzatura di stile o compromesso ruffiano; Trenches vive di linfa propria, capace di evidenziare i limiti e le paure dell’uomo contemporaneo, senza tuttavia schernirlo o disprezzarlo, e questo è evidente tanto nelle liriche, quanto nell’approccio strumentale. I sapori post-rock o psichedelici rimangono forse imprescindibili, eppure è nel saper rallentare i ritmi che gli Stolen Apple approdano in quella dimensione sopraffina e riflessiva che concede a questo disco un ascolto in più, perché ad ogni nuovo giro affiorano sfumature che prima non si aveva la sensibilità di cogliere … le trincee si stanno sciogliendo …

 

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

 

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Football Won’t Save Your Children From Drugs – Katana Bloom

I Katana Bloom inondano la provincia veneziana di un hard-rock redivivo, fatto di belle cavalcate di chitarra e della potenza espressa da una sezione ritmica sudata e pulsante. Football Won’t Save Your Children From Drugs è il primo long-playing registrato dai Katana Bloom nel 2015, ed uscito nella primavera del 2016 con irruenza, ma senza quella ingiusta retorica che ha da sempre avvolto il genere. Anche perché l’hard-rock e tutti i suoi innumerevoli tentacoli non hanno mai attecchito troppo nel Belpaese, una questione genetica molto stupida, poiché nell’immediatezza e nell’urgenza di comunicare quel “determinato” messaggio è probabilmente uno dei generi più adatti. Il quartetto raggiunge la line-up definitiva in prossimità delle registrazioni del disco: il trittico chitarra-batteria-basso porta i nomi di Thomas-Nick-Tore (l’ultimo arrivato), mentre la voce abrasiva e profonda ce la mette Mylo. Il risultato finale è un hard-rock deciso e senza troppi compromessi, ispirato tanto dal garage americano ruvido e sgraziato, quanto dal punk newyorkese, e secondo me da qualche traccia di NWOBHM degli esordi.
FWSYCFD - Katana BloomFootball Won’t Save Your Children From Drugs si compone di dieci brani secchi e monolitici, che consolidano, ascolto dopo ascolto, il lief-motiv di un disco che non è troppo incline ai compromessi o alle sperimentazioni fatte tanto per fare. Il basso rapido di The Best Way apre la pista al ruggire dei power-chords di chitarra, mentre il cantato si modula con le velocità (sempre piuttosto sostenute) della ritmica, risultando sempre piuttosto ordinato e composto nella sua rutilante energia. Un bel biglietto da visita, rimarcato da All Bumper Cars, la cui mossa sembra presa direttamente dai seventies più stoogesiani che possano essere riprodotti. F.E.A.R. nuota ai limite del punk (un Hey Ho Let’s Go si alza quando meno te l’aspetti), il dinamismo di batteria e basso è colorato ulteriormente da un backing vocal frizzante ed esplosivo nel finale. American Girls on Holiday (in Europe) gioca di stop&go frequenti, perfetti per rendere ancora più devastante un power-chord distorto quanto basta per concedere uno spiraglio di luce alla melodia; How we’re gonna get this guy out invece tocca i vertici di tensione musicale grazie ad un alchimia sonora perfetta, che sfiora di lato l’heavy più morbido, senza rimanerne invischiato.
Shadow by my Side prende da Angus Young l’elettricità chitarristica, prima di lanciarsi in un assolo rock ‘n’ roll davvero godibile, virando su cambi di tempo costanti, ma ben amalgamati alla struttura del disco. Avvolta nella cupezza del proprio basso è Anger Management, imbevuta di fumo e whisky rancido; così come tornano le migliori velocità rockeggianti dei Katana Bloom in Myself the Enemy.
UFO 25 cambia registro ed approccio, abbracciando una ballata più emotiva ed intima, il cui groove animalesco rimane pur depurato dell’irruenza hard-rock, facendo intravedere altre possibilità future del progetto musicale dei Katana Bloom; che chiudono il disco con Please The Jeezus, ultimo sprazzo di un rock vissuto e bel che fatto.

Football Won’t Save Your Children From Drugs è la prova dei muscoli dei Katana Bloom, imprimendo un revival sensato all’hard-rock diretto del passato, preferendo giocare più con gli arrangiamenti che con la tecnologia, risultando così intelligenti oltre che genuini e strenui difensori del rock sempre spacciato per morto, ma che morto non lo sarà mai!

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

 

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