ott
13
Etichetta: Island Records
Prodotto da: Mark Ronson, Salaam Remi
Nello scrivere questo pezzo su Amy Winehouse, dattiloscritto che oramai puzza di commiato, ripenso che appena qualche mese fa avevo dedicato a questo blog un articolo sul “Club 27”: un circolo sempre aperto ai nuovi membri a quanto pare!
Cavalcando l’onda di celebrazione, oberata all’ennesima potenza dal volgo retorico emotivo dei social network, voglio allontanarmi quanto possibile dalla malinconica biografia spiccia, che tanto quieta il cuore e la coscienza, facendo diventare oro ciò che ormai non esala respiro alcuno.
Di questa favolosa artista si è quasi esclusivamente parlato in modo grottesco dei vizi e degli eccessi, ammonendo con indice inquisitore, il pretesto sempreverde, della mancata gestione del suo immenso talento. Una chiave di lettura sbrigativa ed abbastanza facinorosa, ponendo solo l’accento verso i gesti plateali e disperati della sua breve carriera, dalla premiazione degli MTV Awards del 2007 fino alle esibizioni interrotte ed ubriache di numerosi live (ultimo quello di Belgrado del giugno 2011, con tanto di risatina da parte dei gossipari!) fino alle entrate-uscite dalle rehab. E mai che vi sia venuto in mente ci potesse essere una disperazione interiore ed un male di vivere che non si cura né con la fama ed il successo, né tantomeno con il talento!
Back to Black rimane la cima più luminosa della carriera di questa cantante che, per quanto “costruita” forse, ha avuto il merito di riportare in auge un genere pressoché scomparso dopo l’implosione della Motown. Una voce “nera” in un corpo dilaniato dalla bulimia e dall’anoressia, una voce che ha creato un nuovo punto di riferimento nel mainstream femminile, in costante crisi d’astinenza e d’identità; riuscendo a monopolizzare in poco tempo l’attenzione anche dei non addetti ai lavori (particolare che ad altre colleghe, vedasi Josse Stone, altra grande giovane voce, non è riuscito!). I cloni di casa nostra dovrebbero gentilmente ringraziare …
Dopo l’insoddisfacente Frank (2003), il secondo disco esalta il personaggio Winehouse, dal look ricercato nel dettaglio, all’approccio compositivo dei propri brani: un revival anni ’50 marcato e molto chic (che ne dite, Me and Mr. Jones una versione black di Me and Bobby McGee?), ma allo stesso tempo anacronistico ed appetibile per le charts, con ben 5 singoli di ottimo livello.
Rehab e la title-track oggi lasciano l’amaro in bocca ( dal celeberrimo verso «and if my daddy thinks I’m fine, he’s tried to make me go to rehab, I won’t go, go, go», fino al videoclip funereo di Back to Black nel quale sulla lapide si può leggere “R.I.P. the Heart of Amy Winehouse!), specialmente perchè la pedante associazione suggerisce con solerzia alla “tragedia annunciata” (eppure altre tragedie di questo tipo hanno avuto un esito similare: Cobain e Morrison docet!).
Un disco dalla cadenza lenta e malinconia, ma sofisticato in alcune salite poderose che alla memoria ricorda l’ultima Bessie Smith («If I was my heart, I’d rather be restless» da Wake up alone); da annotare che i brani sono quasi interamente scritti dalla Winehouse, dal quale si evince viscerale passione e struggente dolore, raccontando in farsetto i propri tormenti segretamente nascosti. Love is a Losing Game con un passo da requiem sommesso, sentenzia l’amara verità di una mancanza latente che non si sostituisce con un paio di hits in top 10; non dissimile You know I’m not good, lo specchio di una personalità fragile e forte a ondate alterne, ma sempre puntellata da un’ironia sadica e lucida.
Seppur il disco cavalchi un’ondata emotiva fatta di malessere, l’ascolto è sempre limpido, quasi spensierato se non addirittura autocelebrativo in certe sfumature; Some unholy war e He can only hold her prendono le vesti degli opposti che si attraggono, mentre Tears dry on their own (preferita del sottoscritto!) lascia addosso una sorta di speranza oltre l’orizzonte… e forse era quello che si augurava anche la Winehouse, prima di entrare nel Club.
«He walks away, the sun goes down
He takes the day but I?m gone
And in your way in this blue shade
My tears dry on their own»
Il cerchio si chiude anche per lei. Forse l’epilogo più consono, poichè quando il tormento graffia l’anima, l’unica soluzione è la deriva … magica magica Amy!
recensito da Poisonheart

ott
5
Scrivo di getto un post che avevo in mente da tanto.
La passione che si nasconde dietro il blog Heart of Glass è viscerale, ruvida al tatto come i calli sui polpastrelli, è analogica. E cazzo!
Viviamo in un fottuto mondo digitale, incompatibile, rovescio, al quale chi scrive (forse Poisonheart) fatica a nuotare.
Leggendo un mesetto fa le nominations per i Macchianera Blog Awards 2011, sorrisi, sapendo che davanti a questo misero (forse simpatico, sicuramente ironico) blogghetto dalle spalle piccole e dalle ginocchia a X, c’erano almeno 3 colossi, o meglio 3 siti (e sottolineo!) con probabilmente mezzi, organizzazione, pubblicità e “nomea” più rotonda e grassa della nostra.
Probabilmente c’èra già da essere contenti così, e non vale nemmeno la pena lanciarsi in crociate sulla validità o meno del regolamento di questo Blog Awards. Mi ha fatto piacere l’esclamazione di un tizio accanto a noi durante l’annuncio del nostro scintillante 4° posto dietro i 3 colossi sopracitati, “Beh, almeno dei 4, siete l’unico blog!“. Appunto!
Dato che nella vita ho a che fare con i numeri, li uso come pezzi di cibo e ve li buttò là: nel 2010 alle stesse nominations (5 candidati finalisti) abbiamo ricevuto 2004 voti senza aver quasi fatto promozione, nel 2011 sfruttando le potenti tecnologie dei social network (maledetti loro), ne abbiamo ricevuti 1757 (ma con 10 candidati finalisti). In teoria abbiamo perso, forse abbiamo pareggiato, sicuramente non sappiamo usare i social networks: un plauso, un inchino e un bel “bravi” agli altri, dunque.
Mi dispiace perchè è stato un 2011 di duro lavoro, impegno e sacrificio di tempo libero, specialmente per uno che non ama particolarmente la rete. Probabilmente è stato così anche per gli alti blog, siti o come diavolo volete chiamarli, quindi il mio ragionamento in realtà si perde subito, nei meandri del web. Eppure ritrovo il filo subito, pensando che in fin dei conti si fa questa cosa per passione, la stessa che dalle ceneri ha portato Heart of Glass in finale ad un concorso. La stessa passione che rende avara la vita …
Il finale diplomatico mi impone di dire che il Macchianera Blog Awards 2011 è stata una bella esperienza, quindi un bel sorriso e testa alta e qualche adesivo con battute spiritose anni ’80.
Grazie a chi ci ha votato …
La Firma: Poisonheart

set
27
Etichetta: ABC Records, Columbia Records
Prodotto da: Murray Krugman, Sandy Pearlman
Hello. Volo a filo d’acqua quando l’oceano ancora dorme. Respiro l’alba e soffoco le stelle in un abbraccio materno.
Mi chiamo Camilla e racconto della musica che riposa del fondo della mia anima … e la condivido con voi …
Che strana storia, quella dei Pavlov’s Dog.
Una formazione di culto per il progressive di marca US annata 1973, ma sconosciuta ai più: un vero peccato, perlomeno per la storia che vado a raccontare.
Innanzitutto i Pavlov’s Dog nascono come band a 7 elementi (fatto che non dovrebbe stupire più di tanto agli inizi degli anni ’70), numero giustificato dalla presenza oltre che dei soliti strumenti di base, anche di violino, mellontron, fiati più disparati e non di meno il vitar, una sorta di ibrido tra chitarra e violino, suonato dal meticoloso genio di Siegfried Carver.
Altra caratteristica unica della band è data dal proprio chitarrista e frontman, quel David Surkamp la cui voce particolarissima (se la confondete con una voce femminile, il timbro mi ricorda Clare Torry di The Great Gig in the Sky, non preoccupatevi, è un errore comune!), soave e potente allo stesso momento, non ha eguali in quel periodo.
La ricchezza di strumenti è direttamente proporzionale alla genuinità di suoni che il disco d’esordio Pampered Menial, un miscelato dinosauro di progressive-rock , impreziosito da ballate fresche e vivaci di matrice più pop. Eppure nonostante tutte queste ottime credenziali, nonché lo scalpore generale per una band così particolare, la ABC li molla poco dopo la pubblicazione del disco nel 1975, la palla viene colta al balzo dalla Columbia che mette i Pavlov’s Dog sotto contratto e ripubblica il disco: cosicchè nello stesso anno, lo stesso disco esce con due label differenti!
L’ironia alla band non manca (ricordo che Ivan Pavlov, da cui la band prende il nome, fu il famoso medico che scoprì il riflesso condizionato, ma forse non tutti sanno che si dedicò assiduamente agli esperimenti su cani!), nonostante Pampered Menial sia un disco lineare, non provocatorio e molto piacevole all’ascolto. Di certo grande merito va, all’istrionico Surkamp e alle trame di chitarra che s’intrecciano con archi, fiati e spifferi di pianoforte; Julia è uno dei capitoli più intensi, e non solo per la solennità di un brano asciutto, di rara perfezione, nel quel il finger-picking della sei corde s’allaccia con armonia alla base di piano e alle folate di flauto.
Particolarmente piacevole è Late November, più aggressiva dal punto di vista canoro, e sollecitata da un progressive-rock tipico della scuola americana; non a caso i produttori di questo disco hanno lavorato anche con Blue Öyster Cült, solo per fare un nome.
Song Dance e Fast Gun rappresentano sprazzi molto diversi, eppure non in contrapposizione lungo la scaletta del disco; la prima è un poderoso rock classico, mentre la seconda nuota nel mare cristallino del prog più fantasioso e vanitoso.
Il resto del lp scorre senza strappi, tra piccoli tesori di armonia e più scontate soluzioni, da citare l’intro passionale di violino in Episode, passando per la celtica Preludin, mentre la traccia di chiusura Of Once and Future King è la summa di tutto il disco: da brividi!
recensito da Camilla

set
25
Etichetta: N/A
Prodotto da: The Autumn Leaves Fall in
Registrato a: Bunker House Studio, Firenze
Molti preferiscono l’estate. Forse perchè fa rima con mare, vacanze, sole … non lo so … Tutti vogliono andare in spiaggia. The beach, the beach, the beach … A tal proposito ricordo con piacere una battura di Bill Hicks, che ricordava che la spiaggia è “dove l’acqua incontra lo sporco. A casa ho una vasca da bagno e un po’ d’immaginazione. Quest’estate rimango a casa!”.
Quindi preferisco l’autunno, e forse non sono il solo. Eppure anche la stagione dalle foglie cadenti ha il suo bel dire, e il trio The Autumn Leaves Falls in ce lo ricorda con sonorità impazienti, colte da malinconia e da sapiente capacità evocativa.
I divoratori di rock-style storceranno il naso, qui l’indie giace come una foglia morta in trincea, e questo omonimo ep, sottolinea ancora una volta come il ruolo della musica suonata sia di gran lunga migliore di qualche ritornello sciocco e facilmente orecchiabile. A mantle for darkness ricorda le mattine nebbiose che dalle mie parti sono una “lieta” consuetudine, eppure come un aura solenne la chitarra corre veloce in fraseggi impropriamente garage, impropriamente shoegaze, ricchi di passione e di quel tocco personale che spesso manca alle giovani band emergenti.
Listen to a Dancing Leaf cavalca le stesse onde d’abbandono, come il docile cadere della vita da un ramo fino all’asfalto umido e freddo. Non mi piace fare paragoni famosi, ma sappiate che se ammirate le dinamiche asciutte di Sonic Youth o Mogwai allora questo ep non vi deluderà; ovvio, lo stile è diverso, se non altro per il soffio più celestiale e nostalgico di certe ballate, ma l’enfasi che ogni brano afferra non è dissimile dai nomi sopra: quindi nessun esercizio di bella calligrafia!
La band cerca di tenere a sé un pezzo di ricordo, a custodirlo gelosamente e a ricrearlo artificialmente attraverso la musica, eppure in ogni canzone non c’è ombra di sgomento o commiato, anzi, una sorta di sorriso leggero stampato lungo uno sguardo che oltrepassa l’orizzonte evapora su strisce di luce che salgono nel cielo, questo, sembra colorare il disco di un infeffabile emotività che esplode da dentro. Ecco perchè mi sembra superfluo commentare The Autumn of ’05 o 32° F (la temperatura in cui l’acqua ghiaccia), in quanto il fluire è il medesimo, ed assetarsi lungo questo ruscello di immagini porta sempre una sensazione piacevole.
As the Water Shallows Everything ricorda in qualche modo e sicuramente inconsciamente i Wolf Parade, eppure passato l’ascolto di questo ep, rimane imprigionato tra i denti nudi una sorta di pace universale, ed è forse il contatto con la Natura il vero moto di queste 6 ballate da ascoltare nel silenzio d’un prato dipinto di foglie cadute …
contatti:
The Autumn Leaves Fall in myspace
The Autumn Leaves Fall in facebook
recensito da Poisonheart
